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Dai banchi e dalle officine Nel romanzo di Sateriale il ’68 e la città che cambia

D.B.
Dai banchi e dalle officine Nel romanzo di Sateriale il ’68 e la città che cambia

Domani l’ex sindaco è all’Ibs + Libraccio «Rispetto ad allora c’è minor impegno E ai giovani mancano dei veri maestri»

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Dopo “Tutti i colori dello zucchero”, Enrico Montorsi torna protagonista nel nuovo libro di Gaetano Sateriale, “Dai banchi e dalle officine”. L’ex sindaco di Ferrara domani (alle 18 all’Ibs + Libraccio in piazza Trento Trieste) presenta questo romanzo in cui viene raccontata la città negli anni della trasformazione agricola e, soprattutto, a cavallo del ’68, gli anni di Potere operaio.

Sono passati 50 anni da allora, quante cose sono cambiate...

«Non affronto questo tema dal punto di vista psicologico o psicosociale - dice Sateriale -, mi limito a constatare come tutto sia invecchiato: il primo lavoro, la costruzione di una famiglia e, forse, è venuto meno anche l’impegno sociale. Si resta adolescenti più a lungo e penso contino tanto i maestri. Io, ad esempio, ho avuto mio padre, poi i professori del liceo, con cui si litigava, ma erano un riferimento; su ogni loro pensiero valeva la pena riflettere».

Nel libro si parla di musica, in particolare musica di impegno sociale, come testimonia il titolo.

«Quel periodo, il ’68, fu particolare anche dal punto di vista musicale. Allora c’erano i Beatles e i Rolling Stones, poi c’era il Festival di Sanremo. Per noi la musica alternativa era quella americana, Bob Dylan in primis. Poi arrivarono i cantautori delle lotte, appunto “Contessa” di Bertoli e il recupero delle vecchie canzoni popolari».

Di certo l’impegno di tutti, oggi, è diverso da allora.

«Premetto che io sono di quella generazione che spesso definisce inesistente quello che non vede. Questo per dire che non possiamo criticare l’uso dei social media, che permettono di far girare molte più notizie rispetto a quelle date dai giornali nel ’68. Con i social sembra di essere al bar, ma vuol mettere la diffusione come cambia? I cambiamenti maggiori sono proprio nella vita e nel lavoro, perché senza il tablet o il telefonino siamo persi e il mondo si ferma. Ma l’importante - chiude l’ex sindaco - è evitare di dare giudizi definitivi: così come oggi siamo ancora in una fase di transizione, nessuno si permetta di farne sul ’68, periodo troppo ricco di concetti per poterne fare una sintesi». —

D.B.

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