La Nuova Ferrara

l'intervista

Vite e storie di provincia. Dalla nostra Emilia volano fino all'America

Samuele Govoni
copyright: "Eredi di Luigi Ghirri"
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copyright: "Eredi di Luigi Ghirri"

E' arrivata la traduzione di "Verso la foce" di Celati firmata da Barron. Basso Ferrarese negli States: in copertina "Verso Lagosanto" di Ghirri

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FERRARA. «Quello che mi ispirava era l’anonimato dei posti, il vuoto andando per le campagne, la totale mancanza di temi considerati “interessanti”». Sono le parole di Gianni Celati a proposito del suo Verso la foce, uno dei libri più letti, conosciuti, apprezzati e importanti della sua opera. Partendo da questo concetto e dalla voglia di «comprendere diversamente posti ordinari», Patrick Barron, traduttore americano e docente alla University of Massachussets, Boston, ha tradotto Verso la foce in inglese. Il volume, uscito a cavallo tra la fine e l’inizio dell’anno, è corredato da saggi di studiosi e ricercatori, compreso il ferrarese Michele Ronchi Stefanati, si intitola Towards the River’s Mouth (ed. Lexington Books).

Per la copertina è stata scelta un’immagine che la dice lunga sul legame che c’è tra Celati, l’Emilia e questa provincia. Si tratta infatti di Verso Lagosanto, uno scatto di Luigi Ghirri realizzato alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso proprio nelle campagne del Basso Ferrarese. Pianure sconfinate e storie infinite che da adesso in poi, grazie a Barron, potranno essere esplorate e vissute anche oltre oceano.

Quando e perché ha deciso di tradurre “Verso la foce” di Celati?

«Trovai per caso una copia usata di Narratori delle pianure anni fa alla libreria “Mel” a Ferrara, quando abitavo non molto lontano da lì. La fotografia della copertina di Luigi Ghirri mi colpì, ed anche la cartina geografica all’inizio del libro. Stavo cercando libri che trattassero l’argomento del paesaggio in qualche modo. Mentre leggevo questo libro, ho cominciato a capire un po’ meglio i paesaggi di alcune zone vicino a Ferrara, dove andavo a spasso di frequente in quei tempi. Verso la foce, scritto più o meno nello stesso periodo, ha avuto su di me un effetto simile, e mi è venuta la voglia di tradurlo, un po’ perché tradurre è un modo per capire meglio un libro, ed in questo caso, anche per comprendere diversamente posti ordinari, qualsiasi».

Chi è per lei Gianni Celati e cosa rappresenta?

«Come lui ha detto varie volte, è “uno che scrive”. Non credo che rappresenti niente in particolare. Lui ha sempre, per quanto ho capito, cercato di evitare le rappresentazioni sommarie o riduttive. Cerca invece, in tanti dei suoi libri, una sorta di “comprensione aperta” — come descrive in un saggio su Antonioni e L’Avventura — con il quale “tutti i luoghi divengono osservabili, non c’è più differenza tra luoghi belli e brutti”. Sono tutti possibili luoghi dove indugiare, e l’indugio è la figura del nostro abitare la terra, nel regno dell’indeterminato».

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Quali sono state le difficoltà maggiori in questo lavoro di traduzione?

«È soprattutto stato difficile trovare una casa editrice, forse per colpa di preconcetti che si incontrano spesso all’estero quando si pensa a paesaggi italiani stereotipati o idealizzati, ed il fatto che Verso la foce tratta invece posti banali, senza ovvio interesse turistico, spesso inquinati e degradati. Alla fine, trasformando il progetto in un “critical edition”, ovvero accompagnando la traduzione di Verso la foce con dieci saggi, ho trovato una casa editrice interessata. Spero che il peso accademico non sia troppo e che aiuti comunque nuovi lettori ad apprezzare l’opera di Celati».

Il volume è anche fotografico. Da che immagini è composto e come le ha scelte?

«Ho incluso nel libro alcune foto di Ghirri, tratte da varie collaborazioni tra lui e Celati, soprattutto dal libro Il profilo delle nuvole. Immagini di un paesaggio italiano. Ho cercato insomma di utilizzare delle foto che avevano a che fare con Verso la foce, alcune sicuramente fatte nello stesso periodo in cui Celati stava scrivendo Verso la foce (o versioni precedenti). Vorrei per questo ringraziare l’Archivio Luigi Ghirri e Adele Ghirri per avermi dato il permesso di ristampare queste foto».

Celati come Ghirri ha saputo raccontare la provincia senza renderla provinciale. È questo secondo lei che ha reso in qualche modo le loro opere universali?

«Alla fine io credo che qualsiasi provincia non sia mai “provinciale” nel senso peggiorativo del termine. Questo viene fuori quando riesci ad osservare intensamente i luoghi, proprio come hanno fatto Celati e Ghirri». —

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