Un grande viaggio da Monet a Van Gogh
l’intervista
Samuele Govoni
Davanti a un’opera d’arte la sola cosa che conta è lasciarsi andare. Lasciarsi andare all’emozione, al momento, alla conoscenza; in una sola parola: vivere. Secondo Marco Goldin, storico dell’arte e grande esperto di impressionismo, per apprezzare, capire e amare (sì a volte può succedere) un’opera, è necessario lasciarsi andare davanti ad essa. Goldin oggi alle 21 sarà sul palco del Teatro Comunale Abbado di Ferrara (corso Martiri della libertà, 5) con La grande storia dell’impressionismo. L’incontro della pittura da Monet a Van Gogh, racconto spettacolo da lui creato.
Ad accompagnare lo storico in questo viaggio ci sarà il pianista e compositore Remo Anzovino. Attraverso le parole, la musica e la scenografia video di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attili, si andrà alla scoperta di fatti, personaggi, quadri e luoghi ma, soprattutto, sarà un elogio della natura.
Goldin, perché ha voluto allestire uno spettacolo dedicato agli impressionisti?
«Sono tanti anni che faccio spettacoli legati alle mostre che curo ma questa volta è diverso, non c’è nessuna nuova rassegna da promuovere, solo una grande storia da raccontare. Lavorando a questo spettacolo - dice - abbiamo deciso di dilatare i tempi, di fare più repliche impostando una vera e propria tournèe che è cominciata a novembre e che proseguirà fino a primavera, nella quale racconto la storia di un gruppo di pittori che operarono tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e che rivoluzionarono per sempre la storia dell’arte».
Cosa succede sul palco?
«In scena le parole si mescolano con l’arte, la musica e la tecnologia. Questo mix crea per me un linguaggio forte, diretto e capace di parlare a spettatori diversi. In più per La grande storia dell’impressionismo, a differenza degli allestimenti precedenti, non ci sarà un videoproiettore su cui scorreranno immagini ma saremo proprio immersi nei quadri e nei colori. Sul palco insieme a me e Renzo Anzovino, c’è anche un ledwall di sessanta metri; una scenografia importante che restituisce molto a noi e al pubblico presente in sala».
La storia dell’arte sotto i riflettori. A chi si rivolge?
«Ad un pubblico più trasversale possibile. Ho cominciato a parlare di arte a teatro nel 2005. Ho sempre pensato che i differenti linguaggi potessero attirare un pubblico che, pur amando la cultura, non si è mai soffermato particolarmente sulle opere d’arte. Ci sono tante porte che si possono aprire, tanti ingressi dai quali è possibile accedere per scoprire un pittore, un quadro e il teatro, per me, è uno di questi».
C’è stata un’opera che l’ha folgorata e che le ha fatto dire: l’arte sarà la mia strada?
«No, non c’è stata un’opera in particolare e non c’è tuttora. Certo, ci sono autori che mi piacciono più di altri ma non saprei indicare un’opera in particolare. Da ragazzo, appena iniziata l’Università, ho scoperto che mi piaceva trovare, o creare, collegamenti tra le parole e le immagini. Abbiamo bisogno di storie e racconti. A me piace raccontare la pittura che poi, a pensarci bene, significa raccontare la vita». —
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