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Storie di quotidiana periferia Celestini torna a Ferrara per raccontare gli invisibili

Samuele Govoni
Storie di quotidiana periferia Celestini torna a Ferrara per raccontare gli invisibili

“Pueblo” in scena da oggi a domenica L’attore: «I miei personaggi vivono praticamente in due parcheggi»

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Vivere ai margini della società, in periferie infinite o hinterland sconfinati. Condurre una vita invisibile agli occhi dei più e aspettare un miracolo che, probabilmente, non arriverà mai. E andare avanti, soprattutto andare avanti. Sono le vite vissute dalle donne e dagli uomini narrati da Ascanio Celestini in Pueblo, secondo capitolo di una sorta di “trilogia degli ultimi”, iniziata con Laika ormai quattro anni fa.

L’attore, che da oggi a domenica sarà al Teatro Comunale di Ferrara (corso Martiri della Libertà, 5), racconta alla Nuova di un Pueblo che potrebbe essere alle porte di Roma, Milano e perché no, pure Ferrara.

Quando nasce “Pueblo”?

«Durante la scrittura del mio secondo film, Viva la sposa, ho scritto anche la prima parte della trilogia: Laika. La storia è ambientata in un quartiere di Roma che conosco bene, il Quadraro. È il quartiere di mio padre e dunque il luogo fisico dei suoi racconti. I personaggi di Laika e Pueblo vivono in quella periferia piccola, praticamente in due parcheggi: quello del supermercato e quello di un magazzino. Le due storie si sono affiancate e lo spettacolo teatrale ha debuttato pochi giorni dopo l’uscita del film. Nel 2017 ho debuttato con Pueblo».

Chi sono i personaggi che abitano questa storia?

«Dopo il debutto di Laika ho continuato a scrivere attorno a quella tipologia di personaggi. Barboni, facchini, immigrati. Sono quelli di cui sentiamo parlare quando un frammento della loro vita diventa una notizia. Ma della loro vita quotidiana non sappiamo nulla se non ci capita di vivere anche noi nelle loro condizioni. Mi interessa partire da quel quotidiano per trovare qualcosa di prodigioso che la notizia sul giornale non riesce a raccontare».

Chi è lei in scena?

«Il mio personaggio è quello che racconta. Un po’ dice quello che sa davvero, un po’ se lo inventa perché nella nostra relazione con la realtà abbiamo anche bisogno di immaginare quello che non conosciamo».

Perché secondo lei è importante raccontare storie di periferia, solitudine, miseria e emarginazione?

«Perché la possibilità che ha l’artista è parlare della condizione umana. Nei più deboli questa condizione è più visibile. Chi ha denaro e potere può dare di sé l’immagine che vuole. Chi vive in una condizione di subalternità non può mascherarsi».

Sta già lavorando al prossimo capitolo della trilogia?

«Abbiamo alcuni racconti e personaggi. Col musicista che è in scena con me ne abbiamo già sperimentati alcuni in uno studio dal titolo Ballata dei senza tetto, ma anche in uno spettacolo che abbiamo fatto in Belgio e Francia: Dépaysement. Se in Laika il mio personaggio racconta quello che vede e in Pueblo quello che immagina, nella terza parte dovrebbe essere la realtà stessa a raccontarsi da sola. Ovviamente è una suggestione, ma è anche la strada che stiamo cercando di esplorare».

È cambiato negli anni il suo modo di avvicinarsi e lavorare ad una storia?

«Certamente, ma non tocca a me capire come. Però non è mutato l’atteggiamento. Ho sempre pensato che una storia possa essere presa da quello che succede tutti i giorni per cercare dentro a quegli avvenimenti qualcosa di importante che non vediamo perché ci siamo immersi dentro. La differenza rispetto ai miei primi spettacoli sta nel fatto che il quotidiano del quale mi occupo non è più nel passato, ma nel presente».

Oggi e domani alle 21, domenica alle 16. Info e biglietti: tel. 0532.202675. —



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