La Nuova Ferrara

letteratura e storia a braccetto 

L’Italia che è rimasta sull’altipiano Le corrispondenze di Rigoni Stern

Ernesto Ferrero
L’Italia che è rimasta sull’altipiano Le corrispondenze di Rigoni Stern

Una raccolta di lettere alla Einaudi ricorda le solide virtù del “sergente nella neve”

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«Siamo abituati a trattare con autori molto vanesii, abbonati all’ “Eco della stampa” e che non perdono una sillaba di quanto si dice e si scrive di loro in tutta Italia, e abituati a molestare critici e recensori per far parlare di loro; e il suo caso, di Lei così modesto e appartato che ottiene tanto spontaneo successo, è davvero un caso nuovo e confortante. Ma come? Lei non sa d’essere lo scrittore del giorno? L’uomo più discusso, esaltato, celebrato su tutti i giornali italiani?».

È il 4 luglio 1953 quando Italo Calvino scrive a un nuovo autore della casa editrice Einaudi che abita ad Asiago, dove lavora nell’amministrazione provinciale delle Imposte dirette. È un 30enne cacciatore e alpinista che ha fatto la guerra come sergente maggiore del 6º reggimento alpini, battaglione Vestone, distaccato sul Don nel gennaio del 1943. Le sue memorie, Il sergente nella neve, sono state pubblicate da Vittorini nella collana sperimentale dei Gettoni. Il successo che Calvino annuncia, con autorevoli recensioni di De Robertis e Bocelli, è di 2mila copie, seguite da una ristampa di 3mila.

IL RACCONTO

A novembre Rigoni gli risponde mandando un racconto, L’ultimo urogallo, che quando lo ha scritto gli piaceva abbastanza, e adesso invece gli sembra un poco puerile: «Mi accorgo che più leggo buoni autori più vedo la mia insufficienza nello scrivere».

Calvino gli risponde che il racconto è un po’ troppo semplice e prevedibile, ci può cavare di più, legga Il vecchio e il mare di Hemingway. La cosa più bella è il rapporto tra cacciatore e natura. Rigoni si rimette al lavoro. Ci vorranno altri 10 anni per il suo secondo libro, Il bosco degli urogalli. È sempre rimasto così, Mario il tolstojano. L’uomo e lo scrittore sono veri, autentici. Hanno la stessa limpida voce, quella di un saggio Virgilio alpino dal cuore grande che non si preoccupa di farlo sapere in giro. Sanno entrare in consonanza con la natura e la storia degli uomini, sanno «leggere» la vita degli animali del bosco e l’anima delle piante: la quercia, la betulla, l’abete rosso. Perché un brano musicale e un albero sono creati dalle stesse leggi.

le settanta lettere

Rigoni è tornato a parlare ai suoi fedeli con le settanta Lettere editoriali di una plaquette fuori commercio, affettuosamente curata da Eraldo Affinati, che Einaudi ha riservato agli amici. In tempi di forte inquinamento morale, civile e culturale, è come andar per boschi insieme a lui e respirare a pieni polmoni. Suoi interlocutori principali sono Calvino e il redattore capo di Einaudi, Daniele Ponchiroli. Con loro Rigoni discute la lenta maturazione dei suoi libri, sponsorizza amici scrittori di guerra, vagheggia romanzi familiari, come la storia di un avo medico che morì assassinato a Londra; insegue a lungo il progetto di un film tratto dal Sergente, cui lavora come sceneggiatore anche l’amico Ermanno Olmi e che poi non si farà; batte cassa con discrezione perché Einaudi non paga mai.

I CONSIGLI

A Calvino continua a chiedere consiglio come a un fratello maggiore: «Forse avrei bisogno di muovermi dal mio paese, conoscere gente, soffrire fisicamente per raffinarmi i sensi. Sono contento solo quando vado a lavorare nei boschi o a caccia o quando coltivo l’orto… Dammi un consiglio: quest’estate avrò un mese di ferie: tenerlo per la caccia? O per la legna per l’inverno? O scrivere chiuso in una stanza?».

Ci marcia un po’, Rigoni, perché l’equilibrio tra arte e vita gli viene naturale. «Beato te che fai una vita così serena!», lo invidia Calvino. Lui si accusa di pigrizia, e racconta d’essere stato una settimana a Milano ma di essersi stancato più che a lavorare nel bosco. Nel 1969 lo ricoverano in ospedale perché il cuore gli si è fermato sette volte, ma «ora va e non perde un colpo». Vuol dire che il vecio ha la pelle dura e nemmeno il demonio lo vuole.

Visto che non gli permettono di andare in montagna, cacciare e fumare, per Natale a Einaudi chiede quattro bottiglie di barolo invece dei soliti libri. Il buon vino gli evoca ricordi dei tempi di guerra. Intanto lavora a un libro sulla «pidocchiosa e miserrima guerra d’Albania», «la storia di un caporale portaordini (io, ingenuo imbecille)». Ai figli degli amici regala buon miele di montagna.

LA RUSSIA

Nel 1971 torna in Russia per la terza volta: «Solamente ora, forse, mi rendo conto quale è stata la nostra anabasi». Scrive Ritorno sul Don. Da Torino lo rassicurano: «Il sergentmagiù è sempre lui, pieno di umanità e ottimo scrittore». La cosa che gli piace di più è raccontare la natura di casa anche per lettera: «Dopo che il cuculo l’ha risvegliata, la primavera è arrivata improvvisa; gli urogalli sono verso la fine del periodo degli amori e le femmine preparano il nido per la covata. Le capriole hanno incominciato a partorire. Solo che l’Esercito Italiano di Merda è venuto a scaraventar bombe coi cannoni americani, e sulle montagne alte non c’è pace… Le api raccolgono sul tarassaco officinale in attesa della fioritura di timo e lampone. Il gallo Ramsete II fotte più volte al giorno le sue sette galline, tanto che gli ha spellato le schiene». —





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