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Il personaggio 

«Se mangiamo bene, pensiamo meglio» Il fondatore di Fico tra cibo, poesia e partigiani

Lara Loreti
«Se mangiamo bene, pensiamo meglio» Il fondatore di Fico tra cibo, poesia e partigiani

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l’intervista

Scrive poesie per «celebrare la meraviglia dell’imperfezione umana». Esprime senza paura le sue idee e bacchetta quegli «imprenditori paraculi che vivono senza avere un pensiero, la cui unica preoccupazione è vendere e guadagnare». Il suo nuovo jolly si chiama Green Pea, un grande marchio di arredamento e abbigliamento ecosostenibile che sta per sbarcare a Torino. Oscar Farinetti imprenditore-partigiano, figlio di un eroe della Resistenza. «Sì, sono di parte, proprio come mio padre, e voglio dire la mia». Il fondatore di Eataly e Fico sciorina numeri: 8.600 collaboratori, 42 punti Eataly tra Italia (20) e mondo, 350mila pasti serviti ogni giorno. Nuove aperture a Las Vegas, Parigi, Toronto e Verona. E un piano di sviluppo che punta ad esportare il cibo italiano con la formula Eataly nei 196 Paesi della terra.

Nella sua vita ha fatto esperienze molto diverse, qual è secondo lei, oggi il valore del cambiamento?

«Viviamo una volta sola e per molti anni, trovo riduttivo e noioso fare sempre la stessa cosa. Affrontare sfide e conquistare nuovi mercati è stimolante, magari ogni 10-15 anni. Io, da salumaio, ho di recente mi sono dato alla scrittura e ho pubblicato il libro di poesie, “Quasi”, per esaltare l’incompiuto. Cercare la perfezione è un alibi per non combinare niente: la Torre di Pisa è famosa perché pende, ma non cade, è imperfetta ma sa dire la sua».

Partiamo dal cibo. Che vuol dire innovare in questo settore?

«Prima di tutto significa saper abbinare in agricoltura le tecnologie alle vecchie tradizioni: digitalizzazione delle macchine, nuove tecniche per la lotta ai parassiti delle piante, stazioni meteo informatiche e così via, tutto ecosostenibile. Riguardo al vino, una mano può venire dallo studio genetico dei vitigni resistenti ai cambiamenti climatici. Passando al food, si sta mettendo a punto un nuovo sistema di catena del freddo, cioè mantenere i prodotti surgelati a una temperatura costante molto bassa per ridurre i conservanti, e stanno inventando dei nuovi packaging per frutta e verdura che ne allungano la vita senza prodotti chimici. Lo stesso discorso vale per la cucina: sono tante le nuove tecnologie che aiutano a preservare i sapori, come piastre e forni intelligenti, oltre alla tecnica dell’abbattitura della temperatura per la conservazione degli alimenti. Tutto ciò non deve però intaccare la semplicità dei gusti, arma vincente della nostra cucina».

Che cosa possono fare le imprese per innovare?

«Le imprese italiane sono in forma. È chiaro che in un clima generale di sfiducia si investe meno per paura. Chi non rinuncia a farlo è gente che ha il mappamondo sulla scrivania e che ha capito che all’estero ci sono persone che non vedono l’ora di comprare italiano. Ora lo Stato da noi sta investendo poco. Ma meglio così che sprecare».

Che cosa è Green Pea?

«È una sorta di Eataly, ma dedicato ad abbigliamento e beni durevoli come mobili, veicoli e così via, tutto costruito nel rispetto di terra, acqua e aria, col marchio del Pisello verde. Aprirò il salone a Torino nel 2020: accanto ad Eataly Lingotto c’è un edificio di 15mila metri dove sarà anche possibile assistere alla creazione di energia pulita».

Suo padre era un partigiano. Che cosa è significato questo nella sua vita?

«Ho vissuto 55 anni con lui, che è stato un grande comandante partigiano della Brigata Matteotti. Ha avuto la fortuna di vivere 20 mesi fantastici, da settembre 1943 ad aprile 1945, che gli hanno segnato la vita. Mi parlava sempre dei grandi valori della Resistenza e del miracolo italiano. La sua generazione ha preso un’Italia a stracci e in 19 anni l’ha portata a essere 4a al mondo. E poi ricordava chi ha lasciato passare le leggi razziali del 1938 come se niente fosse. È anche stato un ottimo imprenditore e per tutta la vita ho provato a essere lui».

Cosa significa provenire da una storia del genere, oggi, in Italia?

«Ci deve insegnare tanto. Uno dei temi base della Resistenza è la tolleranza intesa come libertà e accoglienza verso chiunque, l’opposto di ciò che accade ora in Italia. È lampante che determinati toni e certe decisioni hanno un profumo razzista spaventoso, perché partono dal postulato che chi è nato in un territorio diverso dal nostro non ha diritto di venire da noi. C’è chi ha dimenticato che nessuno di noi decide dove nascere. La Lega, ma anche Ergodan, Trump e Orban: c’è un’ondata mondiale di nuovo razzismo coperto da ragionamenti su regole e benessere, che però deve riguardare solo certi popoli e non altri. Su questo dobbiamo diventare tutti più partigiani, dobbiamo dire come la pensiamo».

Il cibo in questo può aiutare?

«Certo: se ci nutriamo bene pensiamo meglio. E conviene mangiare bene ma la metà. Si spende uguale, i contadini guadagnano di più e l’agricoltura funziona meglio».

Lara Loreti

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