Sessant’anni di pesca per aiutare la famiglia «Ho iniziato a 13 anni per pagare la barca»
Goro, Gianella ha tirato le reti per l’ultima volta dopo tante difficoltà «Mio padre morì in un incidente. Io ho insegnato il mestiere ai giovani»
la storia
Per Laerte Gianella, classe 1948, il 30 dicembre 2018 è stato l’ultimo giorno a vongole in Sacca. Un’avventura iniziata quasi sessant’anni fa, nel 1961, da sempre legato alla Cooperativa Pescatori di Goro, trasformatasi nel 1977 in Consorzio Pescatori di Goro. «Siamo legati alla stessa cooperativa da tre generazioni, mai pensato di andarcene, neanche nei momenti più difficili quando eravamo sull’orlo del fallimento. Abbiamo sempre dato il massimo per aiutare la nostra società e sono contento di lasciare in questo momento che le cose vanno discretamente bene», ci racconta Gianella.
Il 71enne è considerato unanimemente un pescatore con la “P” maiuscola, persona corretta e onesta, sempre rispettosa delle regole. Nella sua lunga attività mai ha lesinato consigli per i più giovani e in tanti grazie a lui hanno imparato questo difficile mestiere. Almeno fino all’avvento delle vongole, che hanno cambiato completamente la realtà della pesca nella marineria gorese. Nell’anno scolastico 2015-2016 Gianella ha insegnato ai ragazzi del Cfp di Codigoro, al corso di pesca e acquacoltura, come si costruiscono e aggiustano reti.
la tragedia
Un lungo percorso, che proviamo a raccontare tramite la sua testimonianza: «Terminata la quinta elementare, iniziai subito a lavorare per aiutare la famiglia, ma non fu subito pesca. Prima di prendere il mare per un paio d’anni ho lavorato come apprendista meccanico nelle officine di Gori e Duilio, poi mio padre si ammalò e dovetti imbarcarmi con mio fratello Claudio di 6 anni più grande di me; era il 1961. Dopo pochi mesi la tragedia che sconvolse la nostra famiglia: uno scoppio a bordo distrusse la nostra barca, mio padre morì e mio fratello rimase gravemente ferito. Ricordo come fosse ieri, era il 10 gennaio del ’62. La nostra barca, la “Cristoforo Colombo” , era in avaria.
«In quel periodo eravamo pieni di debiti: quella barca non era mai andata bene, mio padre Giuseppe detto Bepino la odiava e spesso inveiva contro chi l’aveva venduta. Erano circa le 4 del mattino quando venne a casa mio zio Antonio, il fratello di mio padre. Era venuto a chiedere a mio padre se potevo andare in mare con lui perché suo figlio Sandrino si era ammalato. Mio padre rispose subito no, lui non sapeva nuotare e quando andavamo in mare mi legava con una corda per paura scivolassi in acqua. Mio zio insistette e mio padre lasciò decidere me: accettai di buon grado, anche per dimostrare che ero in grado di affrontare il mare. Ma quel giorno ero preoccupato e non stavo bene».
brutta sensazione
«Il giorno prima - racconta Laerte - ero andato con mio fratello a bordo della barca nel tentativo di avviare il motore ma non ci siamo riusciti, ma avevo visto - avendo lavorato in officina - che la procedura da adottare per la messa in moto era pericolosa. In mare ero sempre con il pensiero, non mi sentivo bene e chiesi a mio zio di tornare a casa. Lui disse «Ma come non stai bene, il mare è calmo», ma la mia insistenza lo convinse a ritirare le reti. Nelle vicinanze della nicchia di Sant’Antonio iniziai ad avere il panico, mi accovacciai in silenzio vicino alla cabina.
«All’imboccatura del porto, abbiamo visto dei pezzi di barca galleggiare, mio zio guardò subito nella direzione dove doveva essere ormeggiata la barca di mio padre, non vedendola e con tanta gente radunata in quel punto, ha cominciato ad urlare, poi entrambi ci siamo messi a piangere, intuendo la disgrazia. Appena attraccato in porto, abbiamo saputo che la barca era affondata: mio padre e mio fratello erano stati portati all’ospedale da Benito che faceva il tassista; mio padre era in agonia e morì prima di arrivare a Codigoro».
il fratello ferito
«Claudio con l’urto volò per aria e poi nelle acque del porto fu soccorso da Ison Mantovani e altri pescatori. Era ferito gravemente, aveva la faccia completamente bruciata. Per fortuna con l’aiuto dei pescatori, nonostante le gravi ferite riuscì a prendere la riva: aveva schegge in tutto il corpo, ci vollero decenni per toglierle tutte. Mio fratello raccontò che si era era recato a bordo nel tentativo di avviare il motore, mio padre invece era da mia sorella Laura per aiutarla a mettere in funzione la cucina, si era appena sposata.
«Poi disse alla figlia vado alle chiaviche (in porto), a vedere se posso dare una mano a tuo fratello a mettere in moto il motore. Arrivato a bordo iniziò a sistemare le reti, perché nel frattempo Claudio era riuscito a mettere in moto la barca, ma poco dopo ci fu lo scoppio, si incendiò la bombola d’ossigeno che avevamo caricato la sera prima».
la dura ripresa
Dopo una tragedia del genere la vita della famiglia Gianella non fu più la stessa. «Dopo la disgrazia, a mio fratello servirono diversi mesi prima di ritornare al lavoro. Intanto per pagare le cambiali della barca che non avevamo più, andavo in mare con chi ne aveva bisogno. Mio fratello, scioccato da quanto era accaduto se ne andò da mia zia Luigia, sorella di mia madre Roide, a Rovellasca (Co) a lavorare in fabbrica. Rimase via un anno e mezzo, ma tornò, la fabbrica non faceva per lui. Nel 1963 abbiamo acquistato una barca, la “Perlita”, che abbiamo tenuto fino al ’65. Poi abbiamo deciso di prendere una barca più grande. Claudio, che nel frattempo si era sposato, con suo suocero si recò a Cattolica a acquistarono “Angela”: con l’armatore avevano concordato un buon prezzo, purché restasse il nome, era quello della figlia morta. Nel ’73 abbiamo fatto costruire a Chioggia una barca più grande che abbiamo chiamato “Angela 2ª”, tenuta fino all’81. Quando il figlio di Claudio terminate le scuole dell’obbligo scelse come noi la via del mare, abbiamo deciso di prendere un peschereccio ancora più grande, ma fummo fregati: eravamo di nuovo in difficoltà, finché con “Angela 3ª” e tanti mesi in mare ininterrottamente, le cose sono migliorate».
« Nell’87 io e mio fratello abbiamo preso strade diverse. Non avendo figli maschi, ho avuto come marinai tanti giovani, a cui ho insegnato l’arte del pescatore. Nel 2003 ho venduto la barca e ho intrapreso l’attività di acquacoltura (allevamento e pesca delle vongole veraci in Sacca), e riparazione delle reti, per chiudere definitivamente il 30 dicembre». Un’avventura durata quasi sessant’anni. —
Odino Passarella
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