«C’è fame di leader carismatici ma abbiamo solo mezze tacche»
Pazzi torna in libreria con “Verso Sant’Elena”, il suo nuovo romanzo Lo scrittore racconta il viaggio di Napoleone e corre per lo Strega
l’intervista
E’ la notte il momento in cui il tempo pare dilatarsi, in cui il sogno prevale sulla realtà e così la letteratura che lo legittima. È l’ultima notte il cuore del viaggio verso Sant’Elena del Napoleone più inerme, per oltre due mesi prigioniero degli inglesi sulla Northumberland.
Verso Sant’Elena è il nuovo romanzo di Roberto Pazzi, edito da Bompiani e uscito proprio ieri nelle librerie di tutta Italia. Ad essersi accorti di quanto questa prova narrativa riecheggi Cercando l’imperatore e il suo respiro epico sono già numerosi critici; su tutti Roberto Barbolini che ne ha sostenuto la candidatura al Premio Strega.
Pazzi, si è rivolto al passato per fuggire il tempo presente?
«Al contrario, oggi c’è fame di leader carismatici, di uomini della provvidenza. E, citando Giuseppe Giusti, i Salvini, gli Orban, gli Erdogan, i Trump, i Putin di turno “hanno le mutande di Napoleone senza averne i c.......”. Mussolini stesso, del quale si sente tanto il bisogno di rievocarlo. Nelle mezze tacche che ci vengono riproposte c’è solo l’ansia di un nuovo Cesare che ci salvi, e restano le metastasi della grandezza».
Rivisitandolo nel suo declino lo pulisce dalla parte che lo rese odioso, la tirannide. E lo fa martire.
«Fu una sorta di Prometeo che riconobbe agli inglesi di avergli attribuito la corona più alta esiliandolo a Sant’Elena, quella di spine; come se sapesse che sarebbe diventato un mito e che i suoi persecutori sarebbero stati odiati per sempre. Nel 1804 con il Codice Napoleonico ha abolito il diritto feudale dove regnava ancora l’oscurantismo medievale dell’assolutismo e della Chiesa, imponendo la modernità in quasi tutta Europa».
Ma scegliere la spada allontanò il generale dalle giovanili aspirazioni di scrittore. Perché lo fa tornare alla penna appena prima della sua caduta?
«Perché aveva qualcosa di cui scrivere, ora, alla fine, la sua vita intera. Così disse dopo la prima abdicazione nel 1814 ai suoi soldati: “Non compiangete la mia sorte. Soldati, se consentii a sopravvivere a me stesso, fu per consentire alla vostra gloria! Voglio scrivere le vostre gesta!”. La sconfitta e il ritiro a Sant’Elena sono lo spazio necessario a rivivere la sua vicenda, alla Proust, alla ricerca del tempo perduto, che si salva sulla pagina».
La grandezza rende soli. Quale fu allora l’origine dell’amore di Bonaparte per il figlio e per la sorella Paolina?
«Furono gli unici ad amarlo per se stesso e a popolare la sua solitudine; mentre gli altri fratelli e sorelle lo tradirono pur di conservare il potere che egli aveva procurato loro». —
Matteo Bianchi
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