La Nuova Ferrara

“Il rigore che non c’è” Buffa e gli eventi inaspettati della vita

Alessio Duatti
“Il rigore che non c’è” Buffa e gli eventi inaspettati della vita

Non solo calcio, lo storyteller si muove tra ipotesi e variabili «Mi piace raccontare storie, ma quante responsabilità»

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Federico Buffa è un narratore, uno storyteller. È uno che sa come mettere in fila i tasselli di una storia, conosce i tempi, le pause, i detti, i non detti, le sospensioni e i silenzi. Per godersi un suo spettacolo non è necessario essere uno sportivo incallito. I suoi racconti abbracciano a 360° i personaggi di cui trattano e insieme ad essi, sa dipingere anche tutto il contesto storico, sociale e culturale in cui la storia si svolge. Non a caso Buffa, ormai da anni, viene considerato uno dei più grandi narratori italiani, “benedetto” anche da Aldo Grasso con la pillola «Buffa è un narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni». Oggi alle 21 lo storyteller fa tappa al teatro De Micheli di Copparo (piazza del Popolo) con Il rigore che non c’è, ed è proprio lui a raccontare alla Nuova e ai suoi lettori questa nuova pièce.

Cos’è e come nasce “Il rigore che non c’è”?

«Innanzitutto, tengo a sottolineare che io ho un ruolo in scena, ma che il regista che ha pensato e scritto il tutto è Marco Caronna. Il titolo probabilmente è un pochino fuorviante perché di sport e di calcio ci sono solo alcuni accenni. Il rigore che non c’era è una sorta di “cosa sarebbe successo se…”. È una metafora esistenziale della casualità dell’attimo fatale. È quella situazione improvvisa, che magari avrebbe cambiato un qualcosa. Si tratta di una rappresentazione modulare che ha una base ma che a ogni puntata potrebbe esser variata».

Qual è la mission di questo spettacolo?

«Come narratore io parlo in libertà, racconto determinate cose ma stando sempre dentro a una linea di demarcazione. Il vero valore è quello divulgativo legato all’approfondimento di alcuni scenari del nostro mondo e della nostra vita che sarebbero potuti essere tutt’altro se un qualcosa fosse andato per un altro verso. È chiaro - aggiunge - che l’intento è sempre quello di stimolare riflessioni tra il pubblico».

Che effetto le fa sapere che con il suo lavoro abbraccia trasversalmente il pubblico?

«Noto sempre con piacere che almeno la metà dei partecipanti hanno meno di trent’anni e questa è sicuramente una cosa che cambia i miei spettacoli, nel senso che mi sento libero di provare a stimolare un pubblico che non è prettamente teatrale. Per il resto (sorride, ndr) mi sento una grande responsabilità e cerco sempre di farmi venire nuove idee».

Gli accenni calcistici, tuttavia, sono riferiti a due grandissime ali destre: Garrincha e Houseman.

«Il mito della vera maglia numero 7 mi ha sempre colpito, George Best compreso. Trattasi di calciatori che nel calcio dei giorni nostri non possono più esistere. Addirittura ora le ali destre vengono dirottate dall’altra parte per calciare a piede invertito. Questi giocatori del passato, facenti parte dell’epoca delle ali pre-raddoppio difensivo, sono quelli che alla fine della partita avevano la scarpa destra imbevuta del gesso delle linee laterali da quanto amavano l’ampiezza sul piede forte. Assoluti artisti dell’uno contro uno nel duello perenne con i terzini avversari in maglia tre. Garrincha è un nome di certo più conosciuto, mentre Houseman era un calciatore argentino che mi aveva colpito in maniera particolare durante la partita Italia-Argentina del Mondiale 1974. Non voglio fare il nostalgico, ma questi giocatori con i calzettoni giù e capaci di divertirsi anche irridendo gli avversari e subendo colpi proibiti non ci sono più». —

Alessio Duatti

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