L’Ultimo Scià, quarant’anni fa i giorni che cambiarono l’Iran
Nell’estate del 1978, stagista – in attesa di assunzione – nella redazione del neonato quotidiano Il Mattino di Padova, mi assegnarono temporaneamente al settore esteri.
Sotto la supervisione del caposervizio, gestivo una pagina al giorno: centinaia di lanci Ansa da leggere e assemblare, servizi dell’Associated Press da riscrivere, più o meno riusciti tentativi di riassumere in poche righe una sommossa in Sudafrica o una gaffe di Jimmy Carter alla Casa Bianca.
EVENTO EPOCALE
Ovviamente, in quei mesi non intuii la portata epocale di quanto avveniva in Iran. Ancora inebetito dagli slogan studenteschi degli anni precedenti, pur senza farlo trapelare parteggiavo per le folle che a Teheran, Tabriz ed Esfahan stavano minando il regno di Mohammad Reza Pahlavi: avevo un’età e una formazione che mi facevano ritenere che qualsivoglia rivoluzione fosse meglio di un regime tutt’altro che illuminato.
Ero in buona compagnia: lo stesso abbaglio lo presero gli inviati dei giornali occidentali che seguirono in loco le vicende dello Scià di Persia, di sua moglie Farah Diba, dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, di centinaia di migliaia di politici, militari e religiosi, di milioni di cittadini del più avanzato paese islamico del Medio Oriente. Invece l’avvento della teocrazia sciita segnò negativamente il decennio che precedette la caduta della cortina di ferro. E innescò una fase, non conclusa, di acutissime tensioni .
QUARANT’ANNI FA
A soccorrere chi come me allora capì poco e quanti, più giovani, adesso vogliono capire, nel quarantesimo anniversario del ritorno di Khomeini a Teheran (febbraio 1979) esce “L’Ultimo Scià d’Iran” (Guerini e Associati, 21, 25 euro), scritto da Francesco De Leo che su Radio Radicale cura la seguita trasmissione Spazio Transnazionale. Il volume, che comprende una galleria fotografica, è ricco di testimonianze ma comincia con un’intervista immaginaria allo Scià, le cui risposte sono tratte dalle memorie raccolte prima della sua morte, nel 1980.
IL RE DEI RE
Pur senza autocritiche, Il Re dei Re, il Capo dei Guerrieri, la Luce degli Ariani non minimizzava gli effetti della fallita occidentalizzazione: “Devo riconoscere che il mio errore principale fu quello di far marciare un vecchio popolo a tappe forzate verso l’indipendenza, la salute, la cultura, l’agio, la comodità: ciò che ho chiamato la Grande Civilizzazione. Ho voluto costruire l’Iran mentre avevamo ancora del petrolio, e garantire in tal modo la vita del paese quando le nostre riserve petrolifere si fossero esaurite”.
RIFORME MANCATE
A chiudere il libro, l’ampia intervista concessa da Farah Diba a Parigi due mesi fa a De Leo, molto critica con le mancate riforme del regime iraniano: “Ai miei concittadini dico, dall’esilio, che devono avere speranza”, conclude l’ex imperatrice. Può apparire eccentrico che il richiamo alla libertà venga da chi esercitò il potere anche grazie a leggi liberticide. Ma la storia ha offerto infiniti esempi di popolani diventati dittatori e di assolutisti convertiti sulla via della democrazia. –
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