La Nuova Ferrara

Ferrara

La poesia come racconto della vita

Matteo Bianchi
La poesia come racconto della vita

Lectio magistralis del professor Pontiggia in biblioteca Ariostea: nell'ultimo volume parla di caducità dell’esistenza, infanzia, morte, limiti, materia e origine

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FERRARA. È stata una vera e propria lectio magistralis quella che Giancarlo Pontiggia ha tenuto  nella Sala del Falcone della Biblioteca Ariostea. In un palazzo storico che, grazie alla determinazione del direttore Angelo Andreotti, si sta affermando quale punto di riferimento per presentare le voci più originali del panorama lirico contemporaneo.

Nell’arco di ventun anni il poeta milanese, docente di greco e latino, ha dato alle stampe solo tre raccolte: "Con parole remote" (Guanda, 1998), "Bosco del tempo" (Guanda, 2005) e la recente "Il moto delle cose" (Mondadori, 2017). I temi che affronta in quest’ultima sono la caducità dell’esistenza, l’infanzia, la morte, i limiti, la materia, l’origine. Non a caso, ha radunato i primi due volumi nell’antologica "Origini" (Interlinea, 2015) volgendo lo sguardo al passato per tenere il passo del presente. La sua è una poesia ponderata e lavorata.

D’altronde, tiene fede a una forma di coerenza personale che non considera le mode del momento ma, esclusivamente, le proprie necessità di scrittura. Rispetto all’abbondanza di prosa poetica in circolazione, Pontiggia costruisce un verso cristallino, definito persino “classico” da critici come Daniele Piccini: non si esaurisce nella forma, ma il verso si piega al moto interiore di chi scrive e lo asseconda: «Ho sempre atteso che la realtà si manifestasse in tutta la sua urgenza – sostiene l’autore –, non per dire semplicemente qualcosa, ma per esprimerlo con la sua tensione specifica. Credo in una poesia in cui l’immaginazione e la forza sonora della lingua si alleino creando un’unità che diventa decisiva».

Le tre pubblicazioni si sono imposte nella produzione del poeta attraverso la spazialità: "Con parole remote" è un libro-giardino, in cui la dimensione della lingua entra dentro una domus di fine Repubblica. Ad affascinare Pontiggia erano le stanze senza finestre, dove la luce tagliava l’ombra a mezzo piovendo dall’alto e dando il pertugio che i latini chiamavano lumen. Nei suoi versi la verticalità della parola s’interseca al piano orizzontale di un ambiente domestico, della quotidianità. "Bosco del tempo", invece, trattiene la sua inquietudine. Se il suo esordio ricercava nomi felici, il bosco è uno spazio labirintico in cui ci si perde: «Del resto, siamo a Ferrara – aggiunge Pontiggia – è tipico del poema cavalleresco, popolato da cavalieri che nelle selve fuori le mura smarriscono di continuo la via e ciò che raffigura». Il bosco condensa il senso del tempo e come lo si vive, una stratificazione di elementi rielaborati all’infinito dalla memoria.

Ne "Il moto delle cose" esplode l’estensione spaziale: dal giardino di una casa ellenistica dove tutto era governabile e a misura d’uomo, un locus amoenus, si passa al bosco e, infine, al cosmo senza confini concepito nel Novecento. «Non è quello dantesco, la cui bellezza è strutturata da una mano divina – spiega – diviso per cieli concentrici nei quali sono incastonate stelle fisse e la terra domina al centro. L’universo odierno è caotico e cangiante, sprigiona un’energia imprevedibile. La materia ribolle e cambia forma, la stessa di cui è fatto l’uomo che la vive e non si limita più a contemplarla». L’essere umano è protagonista di un mondo a lui estraneo, è materia che ambisce al pensiero, ma rimane materia soggetta a una metamorfosi incessante. Se Pontiggia ha preso il largo dalla passione per Baudelaire e per una poesia che trasmette una visione umanistica dei fatti, gli studi che si sono sviluppati da Freud in avanti hanno agitato il suo lirismo, disgregandosi l’utopia secondo la quale da animali si diventa uomini tramite gli studia humanitatis. "Si liquefà, il pensiero / nel suo covo – altero, irreprensibile – // di bronzo lucente".

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