La Nuova Ferrara

La fine di un’epopea tipicamente ferrarese Dal boom di inizio ’900 alla chiusura totale

Giuseppe Muroni
La fine di un’epopea tipicamente ferrarese Dal boom di inizio ’900 alla chiusura totale

Viaggio dal primo stabilimento Eridania di Codigoro all’addio nel 2007 Le ciminiere erano il simbolo del territorio e di un lavoro che non c’è più 

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la storia

Ferrara è stata la capitale dello zucchero per circa un secolo, la provincia con più zuccherifici in Italia, luogo in cui la trasformazione del territorio andò a braccetto con la creazione di una nuova economia, grazie anche a figure celebri come Adriano Aducco, sperimentatore della coltivazione della radice in loco a partire dal lontano 1896.

Nel giro di pochi anni, Aducco convinse i capitalisti a lanciarsi in questa nuova impresa: i campi sperimentali passarono dai 30 del 1897 ai 43 del 1898 e nel 1899 venne costruito a Codigoro, dalla società genovese Eridania, il primo zuccherificio della zona. A poco a poco vennero erette ciminiere, stabilimenti, e furono implementate le strutture viarie. La dislocazione degli stabilimenti sul Po e la vicinanza alla rete ferroviaria era importante per il rapido afflusso di migliaia di quintali di barbabietole. Anche per queste ragioni, a Pontelagoscuro, a fine secolo, sorsero due zuccherifici, uno dei quali lavorava le barbabietole di Gulinelli prodotte nei suoi possedimenti. Nel 1900, poi, Aducco promosse, poco distante dalle mura di Ferrara e dalla stazione ferroviaria, lo Zuccherificio Agricolo Ferrarese. Due anni dopo, sorse in città un altro impianto: lo zuccherificio della Società Bonora & C., promossa da tre grandi proprietari locali (Bonora, Massari, Zanardi) e in seguito munita di raffineria.

le alte torri

Iniziò “l’era delle ciminiere” e una folgorante età dell’oro che andò a modificare il secolare stile di vita di migliaia di braccianti indebitati. La grande quantità di manodopera allora richiesta per la lavorazione della barbabietola significò maggiore occupazione lungo tutto il corso dell’anno: le semine e i lavori preparatori, i diradamenti e le sarchiature davano lavoro nei mesi primaverili, mentre gli stabilimenti reclutavano manodopera stagionale da agosto a ottobre, proprio nel momento in cui i raccolti di frumento e mais erano in gran parte compiuti e le giornate di lavoro avventizio si riducevano. Il territorio della provincia si riempì di nuove architetture industriali: nel 1912 sorse a Bondeno lo stabilimento della Società saccarifera Lombarda, nel ’24 entrarono in funzione gli zuccherifici a Jolanda di Savoia, Migliarino e San Biagio d’Argenta, nel ’38 quello di Tresigallo, nel ’52 quello di Comacchio, nel ’55 fu la volta di Portomaggiore e nel ’60 di Ostellato, senza dimenticare quello già attivo a Migliaro.

la fine

Gli zuccherifici cambiarono il paesaggio della pianura, i ritmi di vita dei paesi rurali, i suoni e gli odori di migliaia di persone, poi le lancette della storia si fermarono e qualcosa cambiò. Non solo nel Ferrarese ma in tutta Italia. Contingenze storiche, cambiamenti economici, scelte locali e sovranazionali fecero pian piano arenare il settore a partire dagli anni Settanta. Se a metà anni ’60 venne raggiunto il numero massimo di zuccherifici in attività, 78 nell’intero Paese, nel 1992-’93 gli stabilimenti si erano ridotti a 25, 19 nel 2005, 4 nel 2009. Oggi sono rimasti aperti gli zuccherifici di Minerbio e di Pontelongo della cooperativa Coprob, che si presenta sugli scaffali dei supermercati con il marchio Italia Zuccheri. A Ferrara, come in tutta l’area Padana, rimangono le vestigia di un passato che non c’è più. —

Giuseppe Muroni

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