La Nuova Ferrara

«Gli sfruttati ci sono ma non si riconoscono Oggi siamo più soli»

Samuele Govoni
«Gli sfruttati ci sono ma non si riconoscono Oggi siamo più soli»

Guanciale arriva a Ferrara con “La classe operaia va in paradiso” Lo spettacolo chiude la stagione di prosa al Teatro Comunale Abbado 

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l’intervista

Samuele Govoni

Che gli operai non esistono più, che i cottimisti sono storia passata e che la classe operaia appartiene al secolo scorso è un refrain trito e ritrito. Operai e cottimisti, invece, ci sono ancora. Anzi, le professioni in bilico, precarie e malpagate sono aumentate, i lavoratori in difficoltà sono cresciuti e hanno profili sempre più frammentati ma, rispetto al passato, una cosa è cambiata: non si riconoscono più. Quel fronte comune, quella “classe” appunto non c’è più. È stata soppiantata dal sogno borghese degli ultimi trenta-quarant’anni e dalla corsa al consumo. Ecco perché portare a teatro La classe operaia va in paradiso è stata una scelta, non solo importante e coraggiosa, ma anche necessaria. Lo spettacolo, prodotto da Emilia Romagna Teatri è ispirato all’omonimo film di Elio Petri e la regia di Claudio Longhi si avvale della costruzione drammaturgica di Paolo Di Paolo. A indossare i panni di Lulù Massa, il protagonista della storia, è Lino Guanciale. La pièce sarà in scena da oggi a domenica al Teatro Comunale Abbado di Ferrara (orari 21, 15, 21, 16).

Guanciale, come nasce questo progetto teatrale?

«Io e Longhi ci conosciamo da sedici anni e tra noi c’è un vero e proprio sodalizio. Un paio d’anni fa ha iniziato a pensare ad un progetto teatrale concentrato su crisi e lavoro. L’idea era quella di portare a teatro un classico del nostro cinema, mi ha chiesto un parere e ho risposto con La classe operaia va in paradiso di Petri con Gian Maria Volonté e Mariangela Melato e lui ha accettato immediatamente».

Perché proprio quel film?

«La classe operaia va in paradiso è un film profetico. Dice molto dell’epoca in cui è stato realizzato (il 1971, ndr) ma in sé ci sono anche l’alienazione e le nevrosi attuali. Lo spettacolo non è un adattamento teatrale del film ma una vera e propria rielaborazione».

L’opera di Petri è un punto fermo della cinematografia. Sentite o avete sentito questo “peso”?

«No, piuttosto ci siamo chiesti se questa storia interessasse a qualcuno. La risposta è sì, anche se il lessico che utilizziamo in scena è fuori corso. Viviamo un’epoca che, per certi versi, è perfino peggiore di quella vissuta dai cottimisti come Lulù Massa solo che non esiste più uno status comune, ecco perché parlare di “classe operaia” oggi è desueto. Oggi siamo tutti più soli. Questo spettacolo però parla molto ai giovani che, non solo si riconoscono nei drammi dei protagonisti, ma arrivano a mettere in discussione la propria condizione. La classe operaia va in paradiso è doloroso, sia per chi lo vede sia per chi lo fa, ma è anche teatrale e dinamico».

Nel corso della carriera, nonostante i mille impegni, non ha mai rinunciato al teatro. Perché?

«Penso che sia il luogo migliore per esprimere concetti, parlare alle persone e condividere pensieri. La tv e il cinema mi piacciono ma è sul palco che sento di fare la mia parte, di portare avanti un discorso; se smettessi, tradirei i motivi per cui ho scelto di recitare e intraprendere questa vita».

Per info: 0532.202675. —

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