La Nuova Ferrara

Ci ha lasciato Vittorio Zucconi cronista dal talento immenso

Bruno Manfellotto

Il giornalista è morto ieri a 74 anni dopo una lunga malattia È stato tra le altre cose direttore di Repubblica.it e di Radio Capital 

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il ritratto

È morto ieri il giornalista Vittorio Zucconi. Aveva 74 anni e si è spento dopo una lunga malattia nella sua casa di Washington, negli Stati Uniti. Vittorio Zucconi è stato a lungo corrispondente per Repubblica prima da Mosca e poi dagli Stati Uniti, raccontando il mondo e i grandi eventi. È stato anche direttore del sito di Repubblica.it e di Radio Capital. Figlio di Guglielmo Zucconi, altro grande giornalista, era nato a Bastiglia in provincia di Modena il 16 agosto 1944. Scrittore di numerosi saggi, aveva lavorato anche per La Stampa e il Corriere della Sera.

Bruno Manfellotto

Il fatto è che nel suo mestiere Vittorio Zucconi era il più bravo di tutti, il migliore di una generazione, l’esponente principe di una specie rara e, purtroppo, in via di estinzione.

Una spanna sopra gli altri. Perché riusciva ad assommare in sè un sacco di belle qualità umane e professionali, che magari in altri trovi un po’ qua un po’ là.

Vecchia scuola ben frequentata, poi praticata al meglio e infine continuamente rinnovata su un impianto solidissimo.

Un unicum straordinario. Vittorio era curiosissimo di tutto e di tutti, precondizione fondamentale per narrare persone e fatti. Perché per raccontare bene bisogna prima capire.

Ecco, la sua cifra distintiva era proprio il racconto. Una scrittura fluida, limpida, densa di rimandi, ricordi e citazioni di avvenimenti vissuti e persone incontrate.

Costruiva ogni suo articolo, ogni corrispondenza dall’estero come un piccolo romanzo: una trama avvincente; i protagonisti bene in vista colti nella loro essenza e illuminati uno a uno sulla scena; e sullo sfondo, come sul telone dipinto di un teatro, il dettaglio di ogni cosa che in quel momento si muoveva intorno e dietro ai suoi personaggi.

Che fosse un cronista di talento, talento naturale, s’era capito fin dai suoi esordi alla “Notte”, quotidiano milanese della sera, dove la cronaca, specie quella nera, era un altare a cui tutto il resto si sacrificava.

Con il tempo e con gli impegni successivi – la “Stampa”, il “Corriere della Sera” e infine la “Repubblica” – e passando da una capitale all’altra – Parigi, Bruxelles, Mosca, Tokyo, Washington – aveva poi arricchito e affinato quelle doti innate riuscendo così a importare sui giornali italiani uno stile fino ad allora sconosciuto, quello della “news analysis”, che è la capacità di fare storia e, appunto, analisi politica, di spiegare la società e i suoi continui mutamenti solo mettendo in fila nel modo giusto fatti e circostanze. E il bello è che gli riusciva scrivendo anche di musica o di sport o di economia.

Da trentacinque anni viveva negli Stati Uniti (aveva pure preso la sua seconda cittadinanza, quella americana: illuminante e divertente era il racconto dell’esame sostenuto per ottenerla), e degli Stati Uniti ha raccontato tutto: l’Iraq di Bush senior e il primo nero alla Casa Bianca; le Torri gemelle e l’Afghanistan di Bush junior; l’America del potere e i forgotten men; il Sud profondo e la New York di notte; il Ku-Klux Klan e le proteste dei giovani. Sempre con la stessa limpidezza e curiosità.

In fondo il giornalismo, come avrete capito, era la sua stessa vita.

Leggendo i suoi articoli-romanzi, o ascoltando dalla sua voce l’ultima storia che lo aveva affascinato sembrava di udire in lontananza il ticchettìo di una Lettera 22, la stessa colonna sonora che lo incantava da bambino quando a suonarla era sua padre Guglielmo, un altro bravo giornalista. Forse anche per questa identità totale con il mestiere, Vittorio riusciva sempre a colorare le sue parole di grande passione civile e a metterci continuamente in guardia quando da qualche parte fossero a rischio i diritti e le forme democratiche conquistate.

Infine si devono riconoscere a Vittorio altre due qualità solo in apparenza minori, anche queste personali, ma trasmesse nel quotidiano mestiere di testimone del tempo: il garbo e l’ironia.

Che gli hanno consentito anche di misurarsi con altri linguaggi dell’informazione e della polemica giornalistica: la televisione, la radio, il web e anche Twitter grazie ai quali si lanciava in incursioni anche sulle faccende di casa nostra.

Ci restano gli articoli, i tanti libri, il sorriso bonario e la battuta sferzante. Noi giornalisti, e voi lettori, gli dobbiamo tutti qualcosa. —

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