Scurati con “M” racconta i cinque anni della cavalcata al potere di Mussolini
Analisi dell’imponente e audace lavoro dello scrittore Da Matteotti a Balbo un capitolo importante per Ferrara
Sono imponenti le aspettative che l’attacco di M, l’audace romanzo che Antonio Scurati ha pubblicato per Bompiani, suscita nel lettore, quanto le promesse che il despota suscitava dal balcone di piazza Venezia nella platea inneggiante ai suoi piedi.
Ma le aspettative sono state confermate da una cifra stilistica irripetibile, sia nella scelta lessicale aderente che nella sintassi fluida e incalzante, tanto da collocare l’autore nel novero dei favoriti della 73ª edizione del Premio Strega.
M come maledetto, rinnegato dal Partito socialista per il suo interventismo senza contegno, fumava e schiacciava di continuo i mozziconi sotto le suole, alla maniera degli Arditi che lo avrebbero seguito nell’impresa squadrista: «Mitizzano il passato recente, isterizzano un futuro imminente e smaltiscono il presente fumando una sigaretta dopo l’altra». Il cosiddetto “figlio del secolo”, ma di quello breve teorizzato da Hobsbawm, contraddittorio, instabile e pericoloso come la fissione dell’atomo che ha frantumato il ’900.
Mussolini raccolse intorno a sé i reduci della Grande Guerra, reietti «senza sostanza o misura» e pur considerandoli «materiale scadente», «umanità di risulta», li fece sentire degli eroi degni di un riconoscimento nazionale.
Scurati racconta la sua ascesa passo passo dal 1919 al 1924, nel corso del fatidico quinquennio, da quando iniziò a cavalcare lo scontro generazionale e il malcontento dilagante tra i più giovani che, romantici e irrazionali per età, furono facili da asservire a un secondo fine travestito da bene superiore.
il lavoro
Oltre a essersi calato nel linguaggio e nella forma mentis di un’epoca prossima al collasso, rischiando di essere sin troppo generoso con la raffigurazione emotiva del Duce, Scurati aveva previsto che pure il libro stesso lo avrebbe calato in un confronto senza tregua col quotidiano; perciò ha puntellato la cornice narrativa con stralci di giornale, telegrammi e circolari.
L’ambizione di fare proprio il passato altrui necessita di documenti empirici e testimonianze attendibili, così le grida di Manzoni ne I promessi sposi. D’altronde, la cornice è l’unica struttura che può legittimare lo spessore dei personaggi e le loro follie, quindi dev’essere veritiera e il più sentita possibile dall’autore.
Ecco che sotto gli occhi vacui di Mussolini gli sprazzi futuristi di Marinetti «mitragliano idee che non hanno, poi ricadono subito nel mutismo», e fa quasi tenerezza la profondità di D’Annunzio che prima si immola per la causa di Fiume e poi si rifugia in un’Arcadia privata.
Furono intollerabili gli omicidi di cui si macchiò Mussolini, o chi per lui.
Troppi gli intellettuali e gli statisti che opponendosi al giogo del fascismo avevano perso la vita.
LA NEMESI DEL DUCE
Da Gramsci a Gobetti, dai fratelli Rosselli a Matteotti. Con il delitto di quest’ultimo, il dittatore aveva comandato l’esecuzione di un ideale. L’aveva sacrificato di fronte al suo popolo per il raggiungimento del potere.
Scurati in queste pagine trasmette al lettore la tensione insostenibile dopo il discorso alla Camera del deputato socialista polesano il 10 giugno 1924, quando mosso dalla disperazione si scagliò contro le bestialità messe in pratica dai fascisti per vincere le elezioni.
Lo stesso Matteotti che due anni prima ammetteva apprensivo alla moglie Velia di voler difendere proprio Ferrara «contro tutte le prepotenze» delle camicie nere per imporre il consenso.
Lo stesso Matteotti che aveva esortato i suoi a non reagire alle botte nei campi, a non inseguire le camionette per vendetta, poiché sarebbe uscito altro sangue.
Di riga in riga, di spranga in spranga, Scurati fa trasparire l’impossibilità storica per cui potessero convivere due visioni antitetiche della realtà tanto conflittuali: un pensiero equo e democratico come quello di Matteotti non sarebbe sopravvissuto.
Ferrara non fu consegnata ai lupi dalla fame dei braccianti che, anzi, resistettero sino all’ultimo, né fu piegata dalla furia avida e sinistra che Italo Balbo celava dietro l’aspetto lontanamente elegante, ma fu tradita dalla piccola borghesia: «I nuovi fascisti sono tutta gente che fino a ieri tremava per la paura della rivoluzione socialista».
LA SENTENZA
Forse dare M alle stampe con il panorama politico odierno non è stato proficuo per il suo autore. Se il romanzo dovesse aggiudicarsi lo Strega, c’è chi lo considererebbe controproducente per il clima arroventato dai novelli sovranisti.
Sebbene Scurati si difenda già con le unghie e con i denti, c’è chi affermerebbe che andrebbe ad amplificare o, almeno per alcuni, a glorificare il personaggio più nefasto della nostra storia, colui che assomma il peggio dei nostri difetti civili: prepotenza, machismo, ipocrisia, vanità e qualunquismo. —
Matteo Bianchi
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