Il decennio dell’odio che sconvolse l’Italia Storie di brigatisti vittime e giornalisti
Iovane torna a narrare le vicende della lotta armata intrecciando le vite dei carnefici e di chi diede loro la caccia
Potremmo definirlo un BR-iller. La storia è infatti quella delle Brigate Rosse dalla strage di Piazza Fontana (la miccia che convince i brigatisti a scegliere la lotta armata) fino al sequestro Dozier. L’impianto de “Il Brigatista” (Minimum fax, pp. 404) di Antonio Iovane è, tuttavia, quello del giallo e del thriller, con l’intero romanzo percorso da una domanda: chi è, tra i tanti personaggi che percorrono la vicenda, ad aver tradito il terrorista Jacopo Varega consentendone la cattura? E il finale è davvero a sorpresa. «Ero un bambino – dice Iovane, giornalista di Radio Capital - quando mio padre tornò a casa livido in volto: le BR avevano appena ucciso il suo amico Ezio Tarantelli. Credo che l’atmosfera di quei giorni terribili abbia sedimentato dentro di me e in età adulta mi abbia chiesto di essere raccontata».
Varega è un brigatista in fuga che, dopo essersi nascosto in un appartamento vuoto alla periferia di Roma, chiama la giornalista di una tv locale, Ornella Gianca, proponendole il grande scoop della vita: un’esclusiva in cui racconterà tutta la parabola delle BR, i perché di quella scelta ma, soprattutto, rivelerà il nome dell’infame che lo ha tradito. Tra le pagine del libro passano il sequestro Sossi e il sequestro Moro, la strage di Piazza della Loggia a Brescia, la contestazione di Lama all’Università di Roma, l’epidemia di colera a Napoli. E poi i grandi nomi del giornalismo (Bocca, Montanelli, Camilla Cederna) e le strategie degli uomini del generale Dalla Chiesa per catturare i brigatisti. Ma come raccontare la lotta armata, dopo che sull’argomento sono stati pubblicati centinaia di libri? «Per me è stata una sfida. I romanzi sulla lotta armata si dividono in due tipi: quelli che mettono le Br sullo sfondo e quelle che raccontano una porzione della loro storia. Io ho voluto raccontare l’intera parabola, dalla nascita alla dissoluzione, mettendo i protagonisti in primo piano. Solo così, credo, si coglie la complessità del fenomeno».
Nel Brigatista oltre a Varega ci sono anche altri personaggi centrali, ma per l'autore il vero protagonista è la storia. «Volevo che ogni capitolo del racconto - spiega - fosse un dente dell’ingranaggio che mette in moto la Storia, ogni frase, ogni gesto, un pretesto per ricostruire quegli anni. In una sigaretta o in un tipo di abbigliamento può esserci più storia che in un saggio». Ripercorrere 12 anni di BR voleva dire affrontare anche il sequestro Moro, una vicenda che è stata raccontata in tutti i modi possibili e immaginabili. «Dovevo trovare una chiave nuova» dice l'autore ammettendo che questa è stata la parte più difficile da scrivere. E la chiave nuova, per Iovane, è stata quella di raccontare il rapimento attraverso un punto di vista particolare, quello dei vicini di casa della prigione del popolo in via Montalcini a Roma dove veniva tenuto nascosto il presidente della Dc. «Ad appena un muro di distanza vive la famiglia Fornati, moglie e marito in crisi e il figlio che gioca a pallone tirando contro la parete adiacente al nascondiglio di Moro. E mentre la famiglia Fornati entra in crisi, il presidente della Dc scrive lettere al partito e al nipote». —
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