Maccaferri, il genio centese della chitarra Da provetto musicista a ideatore di strumenti
L’incredibile vita di un vero e proprio inventore, dagli inizi in via Gennari alla Grande Guerra, il primo laboratorio e la fuga a New York nel 1939
La storia
Noto soprattutto in ambito musicale e più specificatamente fra i chitarristi, Mario Maccaferri è stato un grande liutaio, erede dello spirito eclettico di Luigi Mozzani che riuscì ad influenzare l’ambiente chitarristico, musicale ed industriale con le sue capacità ed una vita avventurosa e di successo.
Fu chitarrista, concertista, liutaio, inventore ed imprenditore e molte delle sue idee - trasformate in brevetti - hanno lasciato un segno tangibile della sua personalità in tutto il mondo, che lo ha riconosciuto come uno straordinario innovatore nel suo settore. In particolare con il suo modello “Selmer Maccaferri” che, grazie al chitarrista Django Reinhardt, riuscì ad influenzare a livello mondiale la liuteria della chitarra, tanto che in molti hanno costruito e continuano a riprodurre copie dello strumento.
la vita
Maccaferri nacque a Cento il 20 maggio 1900: di famiglia numerosa, padre, madre e sette fratelli, visse prima al Mulino Valentini in viale Bulgarelli, dove il padre lavorava come guardiano, poi in via Cremonino 12. Alla morte prematura del padre, la madre iniziò a fare la sarta per mantenere la famiglia e Mario a 9 anni iniziò a lavorare come lavapiatti in un bar, dove si narra che ruppe tante tazze da essere licenziato. Così tentò in macelleria ma il sangue e gli animali morti gli facevano paura, A 11 anni iniziò a frequentare il laboratorio di Mozzani in via Gennari, dove rimase fino al 1917 quando fu chiamato alle armi. Durante la Prima Guerra Mondiale si ruppe una gamba e dopo un anno tornò a casa, ancora e nel laboratorio di Mozzani, dove rimase fino al 1922. Dalla bottega uscivano molti tipi di strumenti a corda adatti a costituire un’orchestra a plettro e Mario apprese così tutte le tecniche chitarristiche, in particolare il “tremolo Mozzani” e l’uso dell’unghia di metallo al pollice della mano destra, che gli permisero di iniziare presto la carriera di concertista. Nel 1916 frequentò il Conservatorio di musica di Siena dove si conquistò il titolo di “professore”, iniziando una tournée italiana che lo portò a suonare per Toscanini alla Scala di Milano, dove incontrò Andrès Segovia, di cui divenne amico.
la svolta
Dal 1923 al ’27 aprì un suo laboratorio a Cento e costruì fino a 80 violini; pubblicò un catalogo con tre modelli di chitarra e relativi prezzi e poi si trasferì a Parigi, a casa dello zio Ferdinando che commerciava fisarmoniche, con il quale lavorò, incidendo anche dischi e tenendo concerti. Fu con l’aiuto di un amico che iniziò a costruire chitarre di nuovo stile utilizzando il legno, mettendo in pratica le idee a cui da tempo pensava, tra cui un modello adatto alle sonorità jazzistiche che propose a Ben Davis, direttore del più grande negozio di strumenti di Londra e rappresentante della Selmer di Parigi il quale, impressionato dalle qualità del tono dello strumento, lo chiamò subito. Lì Maccaferri iniziò a costruire vari modelli delle sue chitarre: era il biennio 1932-’33, uscirono più di 200 strumenti, poi il centese si licenziò ma la ditta proseguì la produzione fino al ’52, con qualche modifica alla buca trasformata da “D” ad ovale.
nuova vita
Invece di continuare a creare chitarre, Maccaferri fra l’attività concertististica e persino un ruolo in un film, si dedicò alle ance, aprendo nel ’34 la ditta Masim, che le esportava in Inghilterra e America.
Terrorizzato da una nuova guerra, nel ’39 si trasferì a New York, dove iniziò una nuova produzione con le difficoltà di reperire il materiale a causa del conflitto bellico. Qui ebbe l’opportunità di incontrare Benny Goodman, Jimmy Dorsey, Eddie Miller e tanti altri famosi musicisti e così brevettò il suo modello di ancia di plastica. Negli anni ’50-’60 le vendite crollarono per l’avvento del rock and roll, ma sia la moglie che la figlia Eliane, con il nipote Eugene Reese, trasferirono la ditta nel Tennessee, dove continua tuttora l’attività.
Ma la mente di Maccaferri mai cessò di produrre idee; casualmente si accorse che mancavano le mollette per stendere i panni e ne costruì alcuni prototipi in plastica, che poi brevettò iniziando nel 1945-’46 la produzione e nel ’51 ne furono vendute 350 milioni per arrivare a farne 1 milione al giorno. —
Margherita Goberti
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