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l'intervista

Sarajevo andata e ritorno con Goran Bregovic: "Con l'arte canto la vita"

Samuele Govoni
Sarajevo andata e ritorno con Goran Bregovic: "Con l'arte canto la vita"

Il compositore martedì 2 luglio sarà al Ravenna Festival. "Sono partito dalle mie tradizioni, come Stravinskij e Dylan"

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Quando ripensa ai suoi esordi non riesce a trattenere un sorriso. Forse guardandosi indietro prova tenerezza di sé e forse, ancora oggi, fatica a credere al successo che ha avuto. «È un miracolo», dice. Goran Bregović, musicista e compositore bosniaco, martedì 2 luglio sarà ospite della trentesima edizione del Ravenna Festival con “From Sarajevo”, concerto per tre violini solisti, orchestra sinfonica e due voix bulgares. Sarà una data esclusiva in cui la sua Wedding and funeral orchestra sarà affiancata dall’orchestra Corelli, diretta da Jacopo Rivani.

Con “From Sarajevo”, Bregović mette in musica religioni e tradizioni e dà vita ad un concerto che parla di vita, rispetto, contaminazioni e legami. E non è un caso che arrivi a Ravenna proprio quest’anno, in cui il fil rouge dell’edizione, è l’amicizia. A testimonianza di questo messaggio, che trascende dalla musica fine a se stessa, alla serata parteciperà anche il sindaco di Sarajevo.

Bregović, come nasce “From Sarajevo”?

«Qualche anno fa mi era stato commissionato dal Festival di Saint Denis, in Francia, un concerto per orchestra sinfonica e tre violini. Per scriverlo sono partito da due metafore; la prima è Sarajevo, la seconda è il violino. Sarajevo è un simbolo dei nostri tempi e il violino, suonato secondo le diverse tradizioni, rappresenta diversità e integrazione. Qui lo strumento viene suonato in maniera classica (cristiana), Klezmer (ebraica) e orientale (musulmana). Partendo da qui ho composto anche altre canzoni e sono nati due dischi, uno è già uscito e l’altro uscirà a fine anno».

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Che cos’è per lei Sarajevo e cosa rappresenta oggi come oggi?

«Sarajevo non è più solo il nome di una città ma è anche la metafora dei nostri tempi, un luogo dove un giorno si vive da buoni vicini e il giorno dopo ci si fa la guerra. Basta guardarsi intorno. Non dobbiamo imparare solo a convivere, bensì a vivere insieme e credo che uno dei compiti dell’arte sia proprio gridare la vita. Per un compositore è facile pensare al mondo come ad una partitura musicale ma per i politici è più complicato. Quando penso alla società, penso ad uno spartito, alle note, all’armonia che si crea tra loro e, anche se mi rendo conto che la mia è una visione utopistica, sarebbe bello che anche per gli esseri umani fosse così. La musica non può cambiare il mondo ma qualcosa può fare per migliorarlo. Il nostro è un messaggio in una bottiglia che galleggia nell’oceano, una piccola cosa che però c’è».

Attraverso le sue composizioni sa unire musica popolare e musica colta. È partito dalla sua tradizione?

«Sì, assolutamente. Penso che tutti i compositori della storia, da Stravinskij a Bob Dylan, siano partiti dalle proprie tradizioni. Non c’è altro modo per cominciare, si parte sempre dalle proprie origini, dalle proprie radici; io la vedo così. Per quanto mi riguarda non ho seguito nessun metodo speciale, nessuna strategia, ho semplicemente lavorato sulla mia cultura musicale, allargando orizzonti e conoscenze».

Cinquant’anni di carriera vissuti senza mai fermarsi. Se si guarda indietro cosa vede?

«Un miracolo. Ho sempre amato la musica ma non avrei mai pensato che la mia vita sarebbe andata così. Ho cominciato come musicista in uno streap club in un piccolo paese e oggi faccio concerti in tutto il mondo, dalla Siberia alla Nuova Zelanda: sì, è stato un miracolo».

Quella a Ravenna sarà una prima nazionale, che rapporto ha con l’Italia?

«Mi piace tantissimo. Ogni occasione per suonare in Italia per me è buona. Italia è una parola che, già di per sé, mette allegria e regala un sorriso. Ogni tanto sento gli italiani lamentarsi del Paese ma, in verità, penso che siete molto fortunati a vivere in un posto così».

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Cosa significa per lei essere musicista?

«È il mio lavoro, la mia vita, mi ritengo fortunato. Prima di iniziare a fare il musicista ho studiato per diventare docente di filosofia che, durante il comunismo, significava insegnare il marxismo. Ho abbandonato quella strada e ho intrapreso questa, è molto più divertente. Mi piace viaggiare, incontrare persone, suonare. Nelle ultime settimane sono stato in Messico, Australia, Europa… per me è una cosa bellissima».

Sta già pensando anche a progetti futuri?

«Continuare a scrivere e suonare, questo è certo. Io non sono un personaggio televisivo, non faccio videoclip e non scalo le classifiche su Youtube. Ci metto tre anni per presentare un disco al mondo, i miei tempi non sono quelli a cui ci ha abituato la rete. Andrò avanti a suonare queste canzoni e poi vedremo cosa succederà, senza obblighi né costrizioni. Sono un uomo libero, non potevo sognare di meglio». —

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