Se la letteratura è dolce
Confronto culturale fra un docente universitario e il suo giovane e promettente ricercatore Ma a farla da padrone a tavola è il pampapato donato all’attempato professore da un’ex allieva
“Un omaggio gradito” è il breve racconto realizzato per La Nuova Ferrara dall’ex insegnante Giampaolo Chiarelli, oggi in pensione. E in fondo resta nell’ambito della sua professione con questo dialogo culturale fra attempato docente universitario e il suo giovane ricercatore, fra un goccio di vermouth e squisito pampapato ferrarese, andato letteralmente a ruba sulla tavola imbandita.
il docente
«Questo a mio parere è un dolce da specialisti», disse Ubaldo Concernente, attempato universitario che dopo il divorzio dalla moglie viveva solo, emerito docente di letteratura italiana e scrittore, noto presso il mondo della critica per la sua formidabile abilità nello psicanalizzare i libri.
Andava assaggiando, insieme con il dottor Dutti, il più stimato dei suoi ricercatori, una fetta di un buon pampapato, regalo di un’affezionata ex allieva che era stata a Ferrara.
Stava pure sorseggiando un po’ di vermouth, da un bicchiere per liquori. Un bicchierino anche per l’assistente. Buono il vermouth con il pampapato.
– Non è vero, caro Dutti?
– «Effettivamente è così» fu la risposta. «Ma, dato che dobbiamo lavorare tutto il pomeriggio è bene che ne misuriamo la quantità. Mezzo bicchiere di questo liquore già mi fa girare la testa, mah!»
– «Non esageriamo! Io sono già al bicchiere e mezzo e sto benissimo. Ma va bene, pratichiamo la virtù della temperanza. Mi sai dare notizie del dottor Del Fante, quel caso irrisolto che aveva cominciato il corso di perfezionamento e poi non ce l’ha più fatta a proseguire? Si fa vedere ancora, di tanto in tanto, in istituto?
– «Di rado. È un perdente, io credo che non combinerà nulla d’importante».
– «Non essere troppo severo. Non giudicarlo troppo male, lascia correre dove si può. E assaggia un altro po’ di questo pampapato: Sì rade volte se ne coglie – per triunfare o Cesare o poeta... Guarda un po’ cosa mi viene in mente. Il dottor Del Fante va capito e poi aiutato con tutta la comprensione che richiede il suo caso. Io me lo ricordo bene. Mi ha fatto una buona impressione, dapprima, poi chissà cosa gli è successo».
– «Niente di straordinario, penso», ironizzò il dottor Dutti.
– «Forse non è troppo contento di fare il cronista sportivo», obiettò il professore, e aggiunse: «Non fa ancora questo lavoro?»
– «Mi pare di sì. Quando parlava con il collega Furlini lo sentivo che diceva di una serie di articoli che doveva scrivere sul campionato di calcio».
le chiacchiere
Un quarto d’ora dopo erano ancora là che parlavano del dottor Del Fante, a proposito del quale decisero di avere notizie. Un invito per lettera in istituto, e via.
Poi si misero a discutere di Italo Svevo, uno degli autori più studiati da Ubaldo Concernente. I risultati degli ultimi aggiornamenti critici, risultati non notevoli ma pur sempre da tenere in conto, propendevano per la definizione di “autore problematizzato” da dare allo scrittore triestino.
– «Proprio così» disse il dottor Dutti.
Ubaldo Concernente, nel chiedere di quale critico fosse un simile parere, assunse la più tagliente delle espressioni della sua faccia.
– «È un tale Onorio Filabusi. In parte ha suscitato consensi, in parte ha scandalizzato i presenti ad un Congresso di studi sveviani tenutosi l’estate scorsa nel Nord Italia».
– «Cosa vuol dire non poter più aggiornarmi tempestivamente! Io non penso che sia un’interpretazione del tutto sostenibile questa. Non si può negare che lo Svevo abbia sempre qualcosa da dire. Fammi avere al più presto gli atti di quel congresso. Intanto, per compensare lo sconcerto che mi suscita questa ipotesi, io mangerò un’altra fetta di questo pampapato, che è proprio buono». E bevve, nel contempo, un altro sorso di vermouth.
– «Non è tutto» aggiunse il ricercatore Dutti. «A questa interpretazione di Svevo il professor Rampone si è divertito e, proprio lui che a volte sembra avere una faccia da maschera tragica, ha riso con il dottor Furlini».
– «Ma sì, un po’ di buon tempo..».
– «Ma va’!», disse il dottor Dutti, al suo secondo bicchierino.
lo scrittore
– «Procediamo con calma, ragazzo», disse il professore, che si stava animando. «Per me Italo Svevo resta sempre uno scrittore importante, da studiare a fondo, a parte le stranezze di quel congresso su di lui».
Poi volle percorrere mentalmente, facendosi aiutare dal suo collaboratore, tutta l’avventura sveviana, dai romanzi alle novelle e racconti, e, inoltre, dalle commedie ai saggi critici ed alle pagine sparse, fino ai diari e all’epistolario.
Ma, alla fin dei conti, egli rimaneva del parere che in Svevo c’era prima di tutto, attraverso una cultura notevole, l’opinione che sì, la letteratura poteva essere talvolta “una ridicola cosa” ma era pur sempre un motivo di riflessione, una portatrice di valori: che in lui era spiccato il senso dell’inettitudine e dell’antisuperomismo, misto ad una certa quale ingenuità e nello stesso tempo ad acutezza intellettuale, a una precisa consapevolezza della propria origine ebrea, e via dicendo, e, insieme, a un senso dell’ironia a volte mordace. Che in Svevo, Schopenhauer con la sua “noluntas”, poteva contemperarsi con il senso del comico, ma non tanto con i pareri di certi critici, che erano un’altra cosa.
Dopo una impegnativa discussione decisero di condannare con una bella strigliata su una importante rivista letteraria l’epiteto di “autore problematizzato” attribuito allo Svevo. E conclusero dicendo di aver trascorso un pomeriggio in modo divertente e utile nello stesso tempo.
dolce finito
La loro conversazione, durante la quale si occuparono anche di altri argomenti, durò ben oltre tre ore.
Quand’ebbero finito, avevano mangiato un pampapato da mezzo chilo e fatto fuori una bottiglia di Martini. Apparivano di buon umore forse più di prima, anche perché arrivarono ad esprimere una valutazione della quale si erano convinti: il pampapato ferrarese, soprattutto se inteso, secondo tradizioni popolari, come dolce natalizio, non è da meno, per fragranza e sapore, rispetto ad altri dolci natalizi, considerando anche i vari panettoni caratteristici di altre città della nazione. —
Giampaolo Chiarelli
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