La Nuova Ferrara

L’italicità è materia universitaria Primo corso sulla nostra genialità

Giulia Zonca
L’italicità è materia universitaria Primo corso sulla nostra genialità

L’iniziativa in Argentina. Il sociologo Giumelli: supporto scientifico per manager e creativi 

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il caso



Nella città che festeggia la giornata dell’immigrato italiano forse nessuno si fa domande sulla forza delle proprie origini eppure solo a Mar del Plata, in quel pezzo di costa atlantica ribattezzata Rimini argentina, nel comune gemellato con San Benedetto del Tronto, poteva nascere la prima cattedra universitaria dedicata all’italicità. La parola è recente, il concetto in divenire e il corso di studi freschissimo: ha inaugurato questa settimana con tre seminari e ora brilla in programmi di studi interdisciplinari, in attesa di diventare una laurea autonoma. Come da neologismo inventato dal politico di lungo corso Piero Bassetti che ha scritto un libro sul tema e ha spostato il concetto di confine dalla cartina al cervello, rendendolo praticamente illimitato.

La cattedra parte da lì però vive di linfa propria, accompagnata dall’ambasciatore in Argentina Giuseppe Manzo che ne è particolarmente orgoglioso. Proprio lui invita però a evitare gli stereotipi: «Far conoscere l’italicità serve a rinnovare un patrimonio che è più grande della somma delle storie degli emigrati. Contiene genialità e la nostra capacità di innovare che portiamo in giro da ben prima della nascita dell’Italia come stato unitario».

L’italicità che verrà raccontata, spiegata, integrata con saggi e numeri, ampliata e distinta dal più semplice Made in Italy, non riguarda il viaggio, non recupera i punti di partenza né costruisce alberi genealogici per ancorare gli espatriati alle radici. Al contrario libera dai vincoli di appartenenza e spinge verso una comunità più larga, unita da interessi, cultura e cucine comuni. Stessa matrice e declinazioni infinite. L’italicità non è un corso sulla memoria piuttosto sul cambiamento, su quel che è succede quando trapianti tradizioni e riferimenti altrove. L’Argentina possiede già una parola per evidenziare questo percorso «resignificacion», la capacità di fare propria, reinterpretandola, la cultura di origini attraverso le nuove esperienze, però a questa stratificazione manca un futuro collettivo e la cattedra si propone di unire i singoli in un’idea diffusa e condivisa che non si ferma certo solo all’Argentina.

Visti da questa prospettiva, i cervelli in fuga non sono solo talenti fuoriusciti, ma portatori di particelle italiane nel mondo. Hanno altri passaporti e nuovi indirizzi fiscali eppure costituiscono un’identità in movimento fatta da 260 milioni di persone, numero ben più importante dei 60 milioni contati dallo stato italiano.

Il sociologo Riccardo Giumelli, docente dell’università di Verona è primo insegnante di italicità, sa bene quanto ambigui possano sembrare i titoli delle sue lezioni, a partire dalla numero zero: «Glocalizzazione»: «Dal nostro Paese se ne vanno i giovani e anche i pensionati per motivi diversissimi. Di certo i ragazzi in questa fase storica faticano a esprimere il loro talento e l’Italia dovrebbe diventare accattivante per tutte le nuove generazioni, italiani e indiani allo stesso modo. Ragionare per nazioni ha poca logica oggi». —

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