Il Po soffocato da cumuli di plastica Arriva “lo spazzino” che la raccoglie
Anche a Torino il via del progetto nato a Ferrara: barriere sull’acqua per catturare i rifiuti e poi riciclarli
Il piano è cominciato nel Ferrarese, là dove il Po percorre il suo ultimo miglio prima di sfociare nel mar Adriatico al termine di 652 chilometri lungo i quali ogni anno si porta appresso qualcosa come 4 mila tonnellate di plastica. Sette chili al minuto, se rende meglio l’idea, 465 ogni ora. Una quantità di veleni non più sostenibile per il fiume che tocca quattro regioni e tredici province italiane.
Ecco perché due mesi fa è partito un piano per provarlo a risanare e, in parallelo, sedimentare buone pratiche di riciclo.
progetto pilota
Ed ecco perché quel progetto, partito dalla foce del Po, ora approda quasi alla sorgente, a Torino, dove partirà nelle prossime settimane.
«Il Po d’AMare» è un progetto pilota voluto dall’Autorità di Bacino del Po e realizzato da Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, Corepla (il consorzio per il recupero della plastica) e Castalia, un consorzio che raggruppa 33 armatori.
Si basa su una tecnica innovativa per intercettare i rifiuti nel fiume e, in particolare, le plastiche, che verrebbero raccolte, selezionate e avviate al riciclo.
LA MINACCIA
È uno dei primi tentativi al mondo di disinnescare una delle più pericolose minacce che incombono sui corsi d’acqua.
Per esempio a Torino, ogni giorno, trasportati dalla corrente, arrivano da Sud circa 20 chilogrammi di piccoli frammenti che diventano 3 mila, cioè 3 tonnellate, quando il Po abbandona la provincia ed entra nel Vercellese. Lo testimoniano i dati sul monitoraggio delle microplastiche nelle acque fluviali, il primo studio di questo genere in Italia nonché uno dei primi al mondo, diffuso nelle scorse settimane.
Plastica dalle città
Sono sufficienti questi pochi numeri per testimoniare l’urgenza di un piano di interventi, considerato che i rifiuti trovati in mare provengono per circa l’80% dalla terraferma e raggiungono il mare prevalentemente attraverso i fiumi e gli scarichi urbani; solo il resto è colpa delle attività di pesca e navigazione.
Il progetto si basa su un sistema messo a punto da Castalia e chiamato «Seasweeper», lo spazzino del mare: si tratta di un insieme di barriere in polietilene che intercettano, intrappolano e infine raccolgono la plastica galleggiante e altri rifiuti trasportati dal fiume. Il tutto salvaguardando la flora e la fauna del fiume, dal momento che lo «spazzino» agisce solo in superficie, a pelo d’acqua sena ovviamente intaccare sul resto. «Il sistema non interferisce con il delicato equilibrio del corso d’acqua ed è progettato per restare posizionato anche per lungo tempo», spiega Lorenzo Barone, direttore tecnico di Castalia.
LA RACCOLTA
I rifiuti intercettati vengono poi raccolti, portati a riva e da quel momento comincia la seconda parte del progetto: trasformare i veleni del fiume in qualcosa di utile; smaltire, riciclare, far rendere i rifiuti.
Nel Ferrarese la barriera è stata posizionata a Pontelagoscuro, a 40 chilometri, dalla foce così da consentire una stima dei rifiuti presenti lungo l’intero corso del fiume. Sono poi stati utilizzati alcuni impianti in provincia di Verona in cui le plastiche sono state selezionate: si separa quel che può essere trattato da ciò che invece non è recuperabile e va smaltito. A questo punto entra in gioco Corepla, nei cui centri viene effettuato il lavoro di riciclo e recupero energetico.
IL RECUPERO
Questa fase è altrettanto innovativa perché salda ambiente ed economia. Il recupero dei rifiuti non solo evita di pregiudicare la vita del fiume, ma – con i proventi che ne derivano – serve a sostenere i costi del progetto. «A oggi oltre 8 imballaggi in plastica su 10 immessi sul mercato vengono recuperati – dice il presidente di Corepla Antonello Ciotti –. Questo progetto sperimentale può favorire le imprese e il sapere scientifico creando vera economia circolare per valorizzare proprietà ed energie di questo materiale». —
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