Storia del vitruviano ferrarese Il mistero dell’uomo nel cerchio reso poi celebre da Leonardo
Un ipotetico Giacomo Andrea, amico di da Vinci, avrebbe disegnato l’opera descritta già nel 23 a. C.
Il 2 maggio 1519, nel piccolo castello di Clos Lucé in Amboise, moriva a 67 anni Leonardo da Vinci. Chi fosse quel “toscanaccio”, tutti lo sanno. Viveva lì da tre anni, ospite di Francesco I di Francia. Per quasi tutti genio sublime, ma un tale successo è più recente di quanto si creda e non è stato omogeneo nel tempo. Ferrara offre al quinto centenario di questo evento una storia forte, ancora aperta. Eccola.
la scoperta
Anni fa Claudio Sgarbi, architetto modenese, si imbatté in un manoscritto custodito nella biblioteca Ariostea (Classe II, 176, detto in catalogo del sec. XVI ma precedente, adespoto, cioè senza il nome di chi lo eseguì), copia parziale del mitico De Architectura datato 23 a. C, opera di Marco Vitruvio Pollione, il maggior trattatista di architettura dell’antichità. Il malloppo originale, giunto fino a noi completo, in modo avventuroso (creduto perso, fu portato dal dotto Alcuino di York alla corte di Carlo Magno nell’unico esemplare esistente da lui ritrovato), era però privo di illustrazioni. Petrarca, Boccaccio, teste brillanti lo fecero copiare. Fu stampato in latino nel 1486. I cervelli artistici rinascimentali più ardenti vollero dargli un corredo di immagini. Vitruvio è il mago della “mensura”, l’equilibrio compositivo delle parti di un edificio, che si applica ispirandosi all’armonia del corpo umano.
icona pop
L’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, disegno celeberrimo delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, è una icona pop anche se risale al 1490. Sta sulle monete italiane da 1 euro. Altri lo avrebbero precorso sul tema, le date ballano. Dentro ad un cerchio e ad un quadrato compenetrati, Leonardo traccia un nudo maschile di proporzioni perfette in due pose sovrapposte, a braccia e gambe aperte in posizioni diverse. Il viso è forse quello dell’autore stesso. Trae linfa da Vitruvio. Sgarbi notò che nel codice ferrarese, ignorato dai più noti studiosi sebbene già qualcuno ne avesse intuito il peso, vi era un Uomo vitruviano coincidente con il disegno di Leonardo. In modo tecnico, non estetico. Per esso si erano fatti, senza certezze, nomi di ferraresi in grado sia di trascrivere Vitruvio, che di capirlo, come anche disegnarne le descrizioni, ad esempio Pellegrino Prisciani.
VITRUViO FERRARESE
Nel 2004, dopo anni di ricerche, Sgarbi pubblicò con risonanza fulminea il codice del Vitruvio ferrarese. Sempre alla ricerca del copista/artista. Ipotizzò un nome scarno, Giacomo Andrea da Ferrara, forse figlio di un notaio. Colto amico fraterno di Leonardo, come testimoniato da loro conoscenti. Ma quanti Giacomo Andrea nati a Ferrara vissero in quel periodo? Senza cognome, come precisarlo? Sfugge, è di fumo. Ancora adesso. L’Uomo vitruviano ferrarese è precedente o coevo a quello di Leonardo. I due sodali si frequentavano. Azzardare una imitazione dell’Ineguagliabile a spese del Dimenticato o viceversa è una faccenda spinosa. Interpellato dalla Nuova, Claudio Sgarbi pensa oggi a due esecuzioni contemporanee e ribadisce che «non si deve pensare che uno abbia copiato l’altro! Qui si tratta di due persone colte che discutono di una questione fondamentale: chi è l’uomo ideale? La risposta è profondamente diversa anche se la geometria è esattamente la stessa. Leonardo risponde: l’uomo ideale è un palinsesto degli uomini più belli, con la mia testa. Giacomo risponde: l’uomo ideale è colui che sa morire su una croce». Quanto fosse erudito l’obliato Giacomo Andrea da Ferrara, morto a Milano (12-5-1500), decapitato e squartato per esser fedele al Moro, non si sa.
eterno mistero
Ma di certo Leonardo era «omo sanza lettere», ignorava il latino, e non avrebbe potuto leggere Vitruvio senza ausilio. La versione italiana uscì solo nel 1521. Qualcuno, magari Giacomo Andrea, gli avrà tradotto Vitruvio e lui, come altri, ne trasse ispirazione. Non trascurò del tutto il resto del trattato, ma l’Uomo vitruviano rimane l’acme. Leonardo copione e amico ingrato, un Pierino del ’400, oppure generoso e semidio tra noi: forse non lo sapremo mai. —
Micaela Torboli
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