La Nuova Ferrara

«Raccontiamo sessismo e violenza di genere L’Italia è ancora indietro»

Samuele Govoni
«Raccontiamo sessismo e violenza di genere L’Italia è ancora indietro»

Martedì Ragazzi sarà al Boldini di Ferrara con “Dicktatorship” Il regista: io e mio marito interpreti per essere più vicini alla gente 

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l’intervista



Luca Ragazzi vive e lavora a Roma da sempre. Insieme a Gustav Hofer, marito e collega, ha scritto e diretto Dicktatorship - Fallo e basta, film documentario che si interroga sul peso che sessismo, preconcetti e violenza di genere hanno in Italia.

I due, che sono anche protagonisti dell’opera, raccontano in maniera diretta e puntuale, senza però perdere la leggerezza, quanto la società italiana induca i singoli maschi, ancorché (apparentemente) di più ampie vedute, a essere inconsapevolmente discriminatori nei confronti delle donne.

Il film verrà proiettato martedì alle 21 al cinema Boldini di Ferrara e per l’occasione Ragazzi, per altro regista di origini ferraresi, incontrerà il pubblico.

Quando e come nasce “Dicktatorship”?

«Il film, come i precedenti, l’ho realizzato insieme a mio marito. Da dieci anni io e Gustav (Hofer, ndr) portiamo avanti tutti i nostri progetti assieme. Non siamo protagonisti per narcisismo ma per essere più vicini agli spettatori. Dicktatorship è nato circa tre anni fa quando, Gustav, mi ha detto che avevo atteggiamenti sessisti. Mi sono sorpreso e meravigliato della sua osservazione. Lo spunto per raccontare l’Italia di oggi e l’approccio delle persone rispetto certi argomenti è nato da qui».

Dunque discriminazione e violenza sono al centro del documentario.

«Parliamo di sessismo in tutte le sue declinazioni fino ad arrivare anche alla violenza di genere. Ci siamo interrogati sul perché, certi ragionamenti, siano così radicati nella cultura italiana».

Con chi vi siete confrontati? Chi avete interpellato per questo lavoro?

«Abbiamo incontrato sia antropologi, sociologi e scienziati sia donne e uomini comuni. In questo modo ci siamo confrontati sia con gli esperti, sia con la voce del popolo. Abbiamo cercato di unire i tasselli per creare un quadro complessivo della situazione in cui ci troviamo. È stata un’esperienza, un’avventura, non c’era nulla di costruito e di scritto. Ogni intervista è stata una sorpresa».

Quanto è durata la lavorazione?

«Il film ci ha tenuto compagnia per circa tre anni. L’abbiamo pensato, girato, montato, concluso e ora lo stiamo accompagnando nelle sale. Ci siamo confrontati anche con tanta tv spazzatura, abbiamo visto cose bestiali e ci siamo resi conto che l’Italia su certi fronti è ancora parecchio indietro; forse fa paura guardare avanti».

Avete incontrato particolari difficoltà?

«No, non direi. Per fortuna - sorride - non siamo famosi; abbiamo il nostro pubblico di nicchia, operiamo nell’underground. Questo ci consente di partecipare a incontri e convention che poi spesso finiscono nei nostri lavori. Se fossimo noti ai più non avremmo certe possibilità. Questo ci consente di ascoltare e vedere cose incredibili che nemmeno i grandi sceneggiatori riuscirebbero a scrivere. E sono reali».

L’accoglienza è stata positiva. Come risponde il pubblico?

«Molto bene. Il film doveva restare in sala tre giorni come proiezione evento. Un po’ ci dispiaceva perché tre anni di lavoro per tre giorni... poi invece ha riscosso successo, i cinema l’hanno voluto tenere più a lungo e anche i festival internazionali, da Toronto a Varsavia, hanno dimostrato interesse. La gente ama l’Italia ed è preoccupata per il periodo che sta vivendo il Paese». —



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