Un’Italia da scoprire con Spina nel cuore
l’intervista
Quando il suo compagno muore, la scrittrice, poetessa e traduttrice tedesca Esther Kinsky decide di partire comunque per il viaggio che avevano organizzato insieme, in Italia. Un’Italia lontana dagli stereotipi e dalle cartoline, dalle piazze affollate di turisti. Quella che Kinsky visita, immergendosi in profondità nello spirito di ogni luogo per coglierne l’essenza recondita, è un’Italia fatta di villaggi minuscoli e vigneti, cimiteri e vecchi ponti di pietra. Un’Italia che vive nelle voci delle persone che la popolano e nei versi degli animali e dei fiumi che la attra- versano, descrivendo una geografia che è, insieme, fisica ed interiore.
Parte diario di viaggio e parte memoriale intimo che cerca nei luoghi un rispecchiamento dell’anima, Macchia - che non può non ricordare le peregrinazioni di Sebald o, in altro modo, quelle di Robert Macfarlane, senza scordare la lezione di Henry David Thoreau e del suo Walden – è la testimonianza lirica di un’anima nuda di fronte al dolore della perdita e alla bellezza della scoperta, un pellegrinaggio e una catarsi, dal quale si esce con uno stupore sincero e profondo per la capacità di Kinsky di scovare l’universale nel più piccolo dei dettagli: un’arancia al mercato, una foglia, un ricciolo di nuvola.
Kinsky con Il fiume, di prossima pubblicazione casa editrice il Saggiatore, ha vinto l’Adelbert von Chamisso Prize nel 2016, il Franz Hessel Prize nel 2014, il Kranichsteiner Literature Prize nel 2015 ed è stata finalista al Deutscher Buchpreis nel 2914.
Domani il libro Macchia. Il romanzo dei luoghi esce per la prima volta nel nostro Paese sempre per il Saggiatore (336 pagine, costo 23 euro; traduzione di Silvia Albesano) e ampia parte di questo lavoro è dedicata alla nostra provincia, in particolare Comacchio.
I tre capitoli del libro prendono il nome da luoghi italiani: Olevano, nella provincia laziale; Chiavenna, nel Nord della Lombardia, direttamente al confine con la Svizzera; Comacchio, nel Delta del Po ad est di Ferrara. Cosa collega questi tre luoghi?
«Sono tutti luoghi - risponde l’autrice - che svolgono un ruolo determinante in ogni rispettiva parte del libro. Olevano è la scena dominante nella prima parte, nella seconda Chiavenna è il punto di partenza dei ricordi e per questo volevo che fosse una città di confine, Comacchio è invece un luogo che non si sa se appartenga alla terra o all’acqua, uno stato di indefinizione per me essenziale nell’ultima parte. Ma il luogo più significativo in realtà è Spina, che si trova nella prima parte, non volevo dirlo in modo esplicito solo perché si tratta di una necropoli e questo avrebbe dato a tutto il libro un’atmosfera completamente diversa».
Una parte del suo libro è dedicata anche a Ferrara ed in una frase lei afferma che: “Ferrara non si fa capire troppo facilmente”. Perché per lei Ferrara è una città che non si fa capire?
«Ferrara è per me una città piena di misteri, ha qualcosa quasi di ottomano, si ha la sensazione che dietro queste facciate si dispieghino mondi che a coloro che passeggiano per le strade rimangono completamente nascosti. Quando passeggiavo per le strade di Ferrara mi venivano in mente i film di Satyait Ray, quegli sguardi dalle finestre piccole, strette e perfino sbarrate che davano sulla strada, mi immaginavo addirittura che le persone guardassero me in questo modo, che mi vedessero come “la straniera” che passava nel vicolo. È una città dai confini netti dentro e fuori, esattamente come nei film di Ray, dove tutto ciò che è esterno è straniero».
«Sicuramente - dice - il mio sguardo sulla città è stato condizionato da Il giardino dei Finzi Contini di Bassani, anch’esso un libro pieno di misteri, ma devo aggiungere che mi ha sempre interessata l’opinione negativa che ne aveva Goethe. Nel suo Viaggio in Italia si ha quasi la sensazione che Goethe avesse paura di Ferrara, non lo ha mai ammesso, però è tuttavia incredibile come egli si sia espresso contro questa città. Io credo proprio che non l’abbia capita. E spesso ho la sensazione che la gente del Nord Europa abbia bisogno, quando visita la Bassa Padana, dei tesori artistici e del significato culturale dei suoi luoghi per riuscire ad entrare in relazione con loro, mentre ha poco, spontaneo amore per questo paesaggio nebbioso e nordico, come l’atmosfera malinconica della pianura che circonda Ferrara. Invece, è proprio per questo che io trovo questa città così affascinante, anche se dovrò visitarla ancora tante volte prima di riuscire a farle rivelare tutti i suoi segreti. Ma va bene così, niente batte la curiosità insoddisfatta».
Nel capitolo che riguarda Spina lei scrive che qui ci si trova di fronte a un “paesaggio, o all’assenza di un paesaggio”: come può spiegare questa contraddizione?
«L’area intorno a Spina, questa terra strappata all’acqua, al Delta del Po, è fortemente segnata dall’intervento dell’uomo. Tutto ha qualcosa di molto funzionale, quasi brutale. Tutto il terreno è sfruttato, ma si percepisce che qui c’era qualcosa di originariamente diverso. Come un altro elemento. Quest’area - aggiunge - non è ancora un “paesaggio”, direi, però è sicuramente “un luogo”. Credo che a volte si passi tanto tempo a cancellare i segni del passato, mentre parallelamente se ne inseguono le tracce attraverso la meticolosa ricerca dei reperti archeologici. È una contraddizione, o questa, per lo meno, è la mia sensazione».
L’opera di Giorgio Bassani è citata più volte nel suo libro. Lei cerca, come tutti i turisti che si interessano di letteratura, il famoso giardino dei Finzi Contini e, come tutti gli altri, non lo trova. L’airone assume addirittura un ruolo centrale nella sua esplorazione del Delta. L’opera di Bassani è significativa anche per il suo modo di scrivere?
«Ammiro la scrittura Bassani: ha una tale sintonia con la gente, una tale comprensione per i dilemmi umani che mi coinvolge sempre; al tempo stesso i suoi sono anche romanzi e racconti storici: nessun trattato sul Giudaismo tra le due guerre mondiali mi ha insegnato tanto quanto Il giardino dei Finzi Contini e nessun saggio sul dopoguerra in Italia mi ha fatto capire questo periodo meglio de L’airone che, per me, è forse il suo testo più importante, perché sono gli elementi che colpiscono i sensi a dominare la scena: i colori del cielo, l’odore dell’aria, è tutto un mondo di sensazione e ricordo, un dramma straordinario che si svolge contemporaneamente nei pensieri e nel corpo. Come lettrice - chiude Kinsky - ho quasi la percezione che tutto il Delta del Po scorra dentro di me, che la lettura stessa si impadronisca di me ogni volta, ancora e ancora. Questo mi fa sentire in sintonia con Bassani, è sempre così, ma io ho uno stile di scrittura molto diverso e, inoltre, ho letto i suoi libri nella traduzione tedesca con solo occasionali digressioni nella versione originale, quindi non possiamo parlare di influenza diretta. Ma di grande ammirazione sì...». —
Carl Wilhelm Macke
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