La Nuova Ferrara

Il Giappone in laguna Un “gemellaggio” targato chef Rubio

Samuele Govoni
Il Giappone in laguna Un “gemellaggio” targato chef Rubio

Il cuoco racconta in diciotto foto la preparazione nipponica «Un errore paragonare i piatti: ognuno ha la sua tradizione»

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Sarà uno scambio culturale, un gemellaggio nel nome del cibo, anzi, dell’anguilla. Si aprirà la prossima settimana, nell’ambito della sagra dell’Anguilla, la mostra fotografica realizzata con gli scatti di chef Rubio che torna in laguna dopo un tour de force in Giappone. Il cuoco, attualmente impegnato in Alla ricerca del gusto perduto, nuovo format tv in onda su Nove, inaugurerà la mostra sabato 5 ottobre alle 15 alla Manifattura dei Marinati. Rubio, appena tornato dall’Asia e incurante del jet lag, ha raccontato alla Nuova Ferrara l’origine di questo progetto, parlato di cucina giapponese e di gusti perduti.

Perché ha fotografato la lavorazione dell’anguilla?

«È una sorta di omaggio all’anguilla, a Comacchio e al Giappone. Ho potuto immergermi nel mondo dell’anguilla grazie a Jin Ogata, mio collega e amico, che mi ha accolto e mi ha illustrato il suo mondo. Un giorno, quando sapevo di non disturbare, sono rimasto in cucina e ho osservato passo passo la preparazione dell’anguilla. Dall’uccisione alla cottura. Non ho omesso niente, nemmeno il momento fatale».

Non teme che i contenuti siano un po’ “forti”?

«Forse alcune immagini risulteranno un po’ crude ma ho voluto cogliere ogni momento. Ho scelto di non censurare la parte dell’uccisione per poter raccontare in maniera reale ogni momento. Le fotografie che ho scattato ritraggono tutta la filiera, fino a piatti di notevole fattura».

Comacchio e Giappone, è diverso l’approccio all’anguilla e alla cucina?

«In Giappone hanno un altro approccio per tutto e nella cucina ciò è particolarmente vero. È interessante vedere ogni passaggio della filiera. Là usano il cento per cento del corpo dell’anguilla ed esaltano al meglio ogni sua parte. Paragonare i piatti di Comacchio con quelli giapponesi sarebbe un errore, sono preparazioni differenti. Forse la cucina giapponese è più complessa».

Vuole trasmettere un messaggio particolare?

«Ero già stato in Giappone e anche a Comacchio. Con questa mostra, che si compone di diciotto fotografie, voglio restituire un mondo diverso, voglio mostrare che cosa succede dall’altra parte. Mi sembrava giusto, oltre che interessante. Queste immagini, nella mia idea di esposizione, sono come cartoline».

Quindi oltre alla passione per rugby e cucina c’è anche quella per la fotograffia. Quale nasce prima?

«Sono tutti percorsi che prendono luce a seconda del momento della vita. Non c’è un prima o un dopo. Sono passioni che sono sempre andate di pari passo e che si manifestano in tempi e modi diversi ma che, da sempre, convivono in me».

Come nasce “Alla ricerca del gusto perduto”?

«Dalla voglia di raccontare qualcosa di diverso. Mi interessava spostare l’obiettivo dai soliti programmi di entertainment a cui siamo abituati e concentrarmi su storie più intime. Voglio raccontare un’esperienza vera».

Undici programmi in meno di dieci anni. Cosa si porta dentro di queste avventure ed esperienze?

«Sicuramente tutte le persone che in questi anni hanno lavorato con me davanti e dietro la camera. Con loro ho iniziato un percorso che sto portando avanti, non solo a livello professionale ma anche, e soprattutto, a livello umano. È un piacere poter raccontare e condividere ciò che ho appreso e sto apprendendo». —



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