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Medicina di genere Cure e farmaci differenziati e già arrivano i primi risultati

Gioele Caccia
Medicina di genere Cure e farmaci differenziati e già arrivano i primi risultati

Nel 1991 negli Usa un articolo denunciò la distorsione “maschile” della ricerca Molti studi dovranno essere rivalutati 

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«Tutti sanno che uno dei sintomi di un infarto è il dolore al braccio sinistro, in realtà in una donna il dolore tende a manifestarsi più spesso all’altezza dello stomaco». Alessandra Carè, responsabile del Centro di riferimento della Medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità, si arresta un attimo: «Intendiamoci, non è che tutte le volte che una donna avverte una sensazione di malessere in quel punto del corpo deve temere un grave danno al cuore...».

I pionieri in Italia

Però - spiega - è meglio sapere che, come avviene per l’infarto, anche per altre patologie più o meno gravi la sintomatologia, la terapia, la posologia, il mix dei trattamenti sanitari possono differenziarsi o, meglio, dovrebbero essere differenziati in base al sesso. Perché la medicina di genere «produrrà le sue ampie ricadute sulla scienza medica e sulla ricerca in un futuro non necessariamente lontano. Anzi qualcosa si sta già muovendo».

La scienziata è uno dei due esperti invitati all’incontro pubblico (gratuito) in programma oggi pomeriggio nell’Aula Magna di Economia dedicato al tema “Che genere di medicina? ” , inserito nel ricco programma del Festival di Internazionale. Il professor Marco Bresadola, l’altro relatore, è uno storico di Unife, dove dirige il Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza.

In Italia, precisa Alessandra Carè, questo filone della conoscenza e della ricerca in ambito medico si è affacciato un decennio fa attraverso l’opera di alcuni «gruppi storici» a Padova (referente la professoressa universitaria Giovannella Baggio), a Bari (dottoressa Anna Maria Moretti, presidente del Gruppo Italiano Salute e genere, pneumologa del policlinico) e a Roma (Walter Malorni, dell’Iss).

Gli esordi e i risultati

Non si trattava di un campo di studi “vergine”. La cardiologa americana Bernardine Patricia Healy, come ricorda in un articolo Giovannella Baggio, «nel 1991 evidenziò in un famoso editoriale sul New England Journal of Medicine la discriminazione che aveva constatato nell’Istituto di Cardiologia che dirigeva: le donne erano meno ospedalizzate, meno sottoposte a indagini diagnostiche rispetto agli uomini» ed «erano poco o per nulla rappresentate nelle sperimentazioni cliniche per introdurre nuovi farmaci e nuove tecnologie diagnostiche e terapeutiche». Si accese una luce, tra mille diffidenze, che ha prodotto risultati. In Italia, nel 2018, la medicina di genere è stata introdotta con il decreto Lorenzin e quest’anno è stato adottato il Piano per l a sua applicazione e diffusione.

«Stiamo parlando di un nuovo modo di vedere le specialità mediche, non di una nuova specialità – prosegue Alessandra Carè – Questo approccio entrerà nei corsi di laurea in medicina, nei corsi di formazione per i medici già in servizio, nella ricerca (anche quella di base) perché in laboratorio e nei reparti clinici l’effetto sarà simile a un raddoppio del lavoro. Speriamo che il sistema decida di sostenerla adeguatamente». Perché da imparare c’è ancora molto, conclude Alessandra Carè. Qualcosa si sa già: «Negli Usa si è scoperto che un ansiolitico assunto dall’uomo produceva gli effetti attesi mentre nelle donne aveva avuto un ruolo in diversi incidenti stradali. Un vaccino, inoltre, era molto efficace nelle donne, negli uomini meno. Senza scorporare i dati per genere però era stato ritenuto poco interessante». –

Gioele Caccia

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