La Nuova Ferrara

Il Verdone in poltrona che non ti aspetti: «Film comici? Preferisco i drammatici»

Fulvia Caprara
Il Verdone in poltrona che non ti aspetti: «Film comici? Preferisco i drammatici»

Sarà “direttore ospite” del Torino Film Festival. Presenta cinque film, da Ordet di Dreyer a Viale del tramonto di Wilder 

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L’INTERVISTA



Cinque film e una grande passione per il cinema, iniziata molto prima di diventare una star. Carlo Verdone è il «guest director» del 37° Tff (22-30 novembre) diretto da Emanuela Martini che spiega di essere particolarmente affezionata all’autore «perché i suoi film raccontano anche me e i miei amici, da ieri a oggi, per lo più prendendosi (e prendendoci) in giro, in commedia (che è una gran bella cosa)». Eppure, tra i cinque titoli che Verdone ha scelto di presentare al Festival, Ordet, Buon compleanno Mr. Grape, Divorzio all’italiana, Oltre il giardino e Viale del tramonto, di commedia ce n’è una sola: «Chi mi conosce bene sa come sono fatto, tra un grande film comico e un grande film drammatico, scelgo il secondo, almeno in prima battuta, perché mi interessa di più. Sarà anche per reazione, sono sempre impegnato a scrivere storie brillanti e quindi, da spettatore, mi sento più attratto da cose diverse».

Il Tff è il festival del cinema giovane. Cosa significa per lei, e, soprattutto, nell’era delle piattaforme digitali, hanno ancora senso i festival?

«Se sono fatti bene, i festival hanno ancora molto senso, perché danno ai giovani la possibilità di tornare al cinema e, se si tratta di opere fatte da loro coetanei, è chiaro che siano ancora più incuriositi. Abbiamo bisogno di nuovi registi che ci stupiscano, e di un ricambio generazionale, questo significa mantenere vivo il cinema in sala, sennò deleghiamo tutto alle serie tv. Spero che il Tff possa offrire delle belle indicazioni in questo senso».

Che rapporto ha con Torino?

«A Torino torno sempre volentieri, è la città dove sono nato artisticamente, con il programma Non stop di Enzo Trapani, realizzato nella sede Rai di via Verdi. E poi ci sono stato a lungo nel periodo in cui ho fatto la Cenerentola dal vivo, andata in mondovisione. È una città profondamente cambiata, oggi è nuova, luminosa, elegante, molto diversa da quella che avevo conosciuto alla fine degli anni Settanta» .

Molto diversa anche dalla sua città, dalla Roma di oggi.

«Purtroppo ogni tanto faccio questo confronto, e mi viene un gran magone».

Tra i film che ha scelto c’è Ordet di Dreyer, un’opera decisamente non facile. Perché le piace così tanto?

«È un film meraviglioso, da ogni punto di vista. Il regista muove pochissimo la macchina da presa, l’impostazione è teatrale, ma le rare immagini dell’esterno, con le colline battute dal vento nordico, sono stupende. La regia è attentissima ai dialoghi, gli attori sono diretti benissimo, quello che conta è la parola, non si è distratti da nulla, non ci sono movimenti di macchina, gli interpreti entrano ed escono dalla scena in modo geometricamente perfetto».

Della cinquina fa parte anche Buon compleanno Mr. Grape, perché?

«È una mia piccola creatura, il titolo italiano l’ho trovato io. Curavo la programmazione di un cinema di Trastevere, cercavo di dare una fisionomia, un giorno nella cantina della Cecchi Gori Group trovai quel film, il titolo originale era What’s eating Gilbert Grape, naturalmente non andava bene, 2 giorni dopo mi venne in mente quello con cui è uscito. Non lo sa nessuno, e non farò nomi, ma ho dato almeno dieci titoli a film che sono andati anche bene. Insomma, con i titoli me la cavo».

La sua apparizione tv a Maledetti amici miei ha fatto scalpore per il battibecco in cui Alessandro Haber l’accusa di non averlo mai scritturato. Come è andata?

«Veramente sono stupito, è chiaro che era una cosa organizzata, e invece è stata montata come se fosse successo chissà che. Ero stato avvertito da Veronesi che Haber mi avrebbe provocato, non sapevo che avrebbe usato quella parola là, ma non mi sono offeso per niente. È chiaro che, se avesse fatto sul serio, mi sarei alzato e me ne sarei andato». –



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