L’eredità del Paese del Sol Levante nelle opere di grandi pittori
A Palazzo Roverella la mostra Giapponismo con lavori realizzati dal 1860 al 1915 In parete Monet, Klimt, Degas, Toulouse-Lautrec e fra gli italiani occhio a De Nittis
Giapponismo – dal francese Japonisme – fu definita, nel XIX secolo, la tendenza, nata nell’ambito delle esposizioni universali e da alcuni viaggi compiuti dagli artisti in Oriente, che molto influenzò lo stile e le scelte iconografiche, ma anche la sensibilità pittorica ed artistica, in generale, di molti dei più grandi artisti occidentali tra fine 800 ed inizio del Secol breve. E “Giapponismo” è il titolo della ricca e preziosa esposizione di nicchia che si è appena aperta a Palazzo Roverella di Rovigo, curata da Francesco Parisi. Il taglio che è stato da lui scelto per descrivere questa straordinaria e sorprendente pagina della storia dell’arte europea e mondiale nella scelta delle opere è decisamente razionale ed esplicativo, pur riuscendo a mantenere una sorta di lirica delle immagini: per l’occasione Parisi ha creato sezioni ben definite, raccogliendo in ognuna di esse un gruppo di Paesi europei, dalla Germania all’Olanda al Belgio, dalla Francia all’Austria, alla Boemia, fino all’Italia e alla Gran Bretagna.
grandi nomi
Questa importante rivoluzione del colorismo e del segno fu essenzialmente ripresa da artisti quali Monet (in mostra con un piccolo gioiello), Klimt (uno dei più colpiti e “innamorati” di questa tendenza), ma non si può tralasciare di citare Toulouse-Lautrec, geniale artista applicatore nelle sue inventiones pre-pubblicitarie, di modelli oltre il tempo. Accanto alle opere dei già nominati artisti, sono presenti capolavori grandi e minuscoli di Gauguin, Van Gogh, Kolo Moser, James Ensor e Alphonse Mucha. E si possono ammirare le tendenze giapponiste nei pezzi degli inglesi Albert Moore, Sir John Lavery e Christopher Dresser. Ma anche degli italiani Giuseppe De Nittis (dall’1 dicembre a Palazzo dei Diamanti a Ferrara con una sua retrospettiva), Galileo Chini, Plinio Nomellini, Giacomo Balla, Antonio Mancini, Antonio Fontanesi e, ancora, i francesi Pierre Bonnard, Paul Ranson, Maurice Denis ed Emile Gallé; i belgi Fernand Khnopff e Henry Van De Velde.
le origini
Il Giapponismo come movimento di influenza può esser datato inizialmente verso l’inizio degli anni ’60 dell’Ottocento, quando cominciarono a diffondersi in Europa, soprattutto in Francia, ceramiche, stampe ed arredi da giardino dall’Impero del Sol Levante che, pochi anni addietro (precisamente nel 1853) si era aperto al resto del mondo. Le prime xilografie si diffusero, inizialmente, grazie al commercio di vasi e ceramiche, con cui questi venivano avvolti e confezionati. I preziosi fogli erano spesso i celebri Manga di Hokusai o altre splendide stampe di Utamaro e Hiroshige che tanto ascendente ebbero sugli Impressionisti, sui Nabis, fino alle Secessioni di Vienna e Monaco, per concludere il loro influsso all’accendersi dei bagliori della Grande Guerra, trasformandosi in un più generico culto dell’Oriente nel corso degli anni Venti e Trenta del Novecento.
Dal punto di vista sociale, invece la moda giapponista, esplosa all’incirca verso il 1860 e destinata a durare almeno per circa mezzo secolo, coinvolse dapprima la ricca borghesia internazionale poi, ancor più, due intere generazioni di artisti, letterati, musicisti e architetti, trovando via via sempre più forza con l’innesto della nascente cultura e Liberty e modernista, sempre più attenta ai valori decorativi e rigorosi dell’arte giapponese.
contatti
“Giapponismo. Venti d’Oriente nell’arte europea. 1860 – 1915” sarà in parete fino al 26 gennaio 2020 a Rovigo, Palazzo Roverella (via Laurenti 8/10). Mostra visitabile da lunedì a venerdì dalle 9 alle 19, sabato, domenica e festivi dalle 9 alle 20. Biglietti a 12 o 8 euro (gratuito fino a 5 anni). Info: tel. 0425 460093 o mail a icon info@palazzoroverella.com —
Maria Cristina Nascosi
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