La Nuova Ferrara

De Pisis artista sempre nomade Ma con la mente tornava a Ferrara

Micaela Torboli
De Pisis artista sempre nomade Ma con la mente tornava a Ferrara

Il museo del Novecento celebra con un’esposizione i capolavori del pittore che amava la vita

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Il museo del Novecento di piazza Duomo a Milano ospita fino al 1° marzo 2020 una impegnativa antologica del pittore Filippo de Pisis, nato a Ferrara nel 1896, e morto proprio nei pressi della metropoli lombarda, nella clinica per malattie nervose Villa Fiorita di Brugherio (oggi sede del palazzo municipale), dove visse tra 1949 e 1956, anno del decesso. La mostra, denominata senza orpelli “De Pisis”, è curata da Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon, e raccoglie novanta opere del Maestro, alcune delle quali prestate dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara che ne possiede un nucleo cospicuo.

IL TOCCO

De Pisis ha una mano inconfondibile, originale: una sorta di manifestazione onirica strettamente allacciata però ad una realtà quotidiana e naturale ma senza naturalismo e anzi stilizzata, siglata da pennellate disomogenee e leggere, specchi del suo spirito inquieto.

Era tutto uno “sparazzism”, come avrebbe detto nel suo amato dialetto, dominato da una sorta di inquietudine fruttuosa, che lo portava a vagare dentro di sé e nelle città europee per concretizzare idee originali e spesso scombiccherate, e le curiosità che zampillavano senza sosta nella sua fantasia diventavano scritti elegantissimi e pitture originali. La vita nomade era nel suo destino. Si può chiamare tutto ciò una golosità. De Pisis degustava l’esistenza avidamente.

NATURA MORTA

Tra i dipinti in mostra a Milano c’è ad esempio una Natura morta con panettone (1941, Casa Cavazzini, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Udine), e di questo si sa che un giorno, affamatissimo, il pittore divorò rapidamente con il cappuccino un intero panettone da un chilo.

Ghiottone come l’amico De Chirico, apprezzava la beccaccia con il risotto, ma anche solo un gran pezzo di pane biondo con una coppa di vino frizzante e moscato oppure una scodella di pasta e fagioli. Ovunque andasse tornava con la mente a Ferrara, e ad Amsterdam, ad esempio, le paste locali gli ricordavano quelle che venivano offerte a lui e a suo padre dalle suore nel parlatorio del convento del Corpus Domini di via Pergolato. Spesso tutte queste bontà, che erano anche belle a vedersi, si traducevano in pittura e disegno, come nel caso dei tanti pesci delle sue nature morte, prodotti di valle o saracche (come diciamo in vernacolo le aringhe salate), sicché vediamo appunto un pesce nel quadro del 1932 da lui stesso donato “Alla cara Patria”. Patria spesso ostile verso un suo tanto stravagante figlio, che andava a zonzo in centro indossando pantofole di peluche rosso, mentre sbocconcellava la mitica “pinza” ferrarese.

LIBERTINO

I liberi costumi sessuali dell’artista erano criticati nella sua città, meglio per lui trasferirsi altrove, dove più facili connubi si svolgevano senza scandalo, Parigi e Venezia soprattutto. In mostra a Milano è esposto un ritratto di Marinaio francese del 1930 (collezione privata), esemplare di un’altra bulimia depisisiana, quella del possesso di giovani belli e disponibili. Il moretto dalle guance rosate ci guarda da sotto il suo “bachi de marin” blu con il pompon rosso (in Francia toccarlo porta fortuna) con aria perplessa e stupita, insieme ad una certa vena di rassegnazione, che trasuda la malinconia che hanno spesso negli occhi questi ragazzi immortalati dal ferrarese, i quali talora esibiscono una certa sicumera inquietante e foriera di dolore per chi li dipingeva spesso al contempo amandoli, ma erano per lo più mercenari senza sentimenti. Non sempre, certo.

MILANO - ROMA

Erano pure loro elementi della natura, adorata dal pittore in ogni sua forma, fosse il corpo umano, gli animali vivi e morti, frutti e verdure, il paesaggio e quindi soprattutto la flora che investigava con attenzione: ben noto è il suo curatissimo erbario degno di un vero botanico, oggetto di recenti indagini delle studiose Roncarati e Marcucci. Non che Filippo disdegnasse la bellezza degli oggetti puri e semplici, presenti nelle sue opere non come cose ma quali presenze simboliche.

Dopo la chiusura a Milano, l’antologica passerà nella Capitale, al museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps. —

Micaela Torboli

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