In bilico tra scelte e fato «Qualcosa di scritto c’è Ma la partita è nostra»
Al teatro Nuovo di Ferrara va in scena “Il rigore che non c’era” Buffa racconta le storie di chi ha deciso prima del fischio dell’arbitro
L’INTERVISTA
E se la vita fosse andata diversamente? Cosa sarebbe successo se i fratelli Lumière non avessero inventato il cinema, se Paul McCartney non avesse incontrato John Lennon, se Picasso avesse finito il blu o se Hemingway fosse stato analfabeta? Come sarebbe andata? Che mondo staremmo vivendo? Quanto c’è di nostro nella storia e quanto conta il destino sul terreno di gioco? La vita può essere come una partita, anzi, come un calcio di rigore. Mercoledì 13 novembre Federico Buffa sarà al teatro Nuovo di Ferrara (piazza Trento e Trieste) con Il rigore che non c’era, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Marco Caronna. L’autore, e qui anche speaker di una fantomatica radio notturna, gioca con la storia, con il caso e porta sotto i riflettori la variante y, il finale alternativo. Il giornalista e storyteller, è protagonista di una pièce che racconta storie di persone che hanno scelto prima che l’arbitro fischiasse.
Buffa, si può dire che qui il rigore è una metafora delle scelte che si fanno nel corso della vita?
«Credo proprio di sì. Quando calci decidi dove tirare e puoi segnare oppure no. A un bivio puoi prendere una direzione piuttosto che un’altra e in base alla tua scelta tutto cambia. Nello spettacolo entro in una stanza aprendo una porta, ma, se avessi aperto l’altra cosa sarebbe successo? Avrei trovato un muro o sarei entrato altrove?».
L’uomo è artefice del proprio destino oppure no?
«Penso che qualcosa di scritto ci sia ma credo anche che sta a noi fare la nostra parte, prendere le nostre decisioni e scrivere la nostra storia».
Chi è lei in scena?
«Sono proprio io, Federico. I due nella stanza (oltre a Caronna ci sono anche Alessandro Nidi e Jvonne Giò, ndr) mi chiedono di restare. Dopo un po’ che racconto storie reali mi rendo conto che dalla stanza non si può uscire. I due mescolano la storia coi se e allora sto al gioco anche io e inizio a fare ipotesi».
Per esempio?
«In un paio di occasioni la sparo davvero grossa. Cosa sarebbe successo se lo scienziato Wernher von Braun invece di andare negli Stati Uniti fosse rimasto in Germania? L’Europa avrebbe anticipato la Silicon Valley? E se Churchill si fosse piegato, come sarebbe andata la guerra?».
Cosa le piace del teatro?
«È quaranta volte più eccitante di qualsiasi altro media. Io, non sapendo fare teatro, faccio un sacco di prove e cerco di imparare il più possibile. I tempi teatrali sono diversi da tutto il resto. Ogni volta è una sfida nuova».
Qual è stato il suo calcio di rigore?
«Il mio rigore si chiama Andrea Bassani. Nel 1994 mi chiamò a Tele+ come telecronista. Molti anni dopo la mia prima telecronaca mi disse che il direttore gli aveva detto qualcosa tipo: “Ma chi è questo scappato da casa? Non lo voglio mai più sentire”. Se Bassani gli avesse dato retta probabilmente oggi non sarei qui, sarebbe andato tutto diversamente».
Un’altra vita. A proposito di vite, qual è il personaggio, tra quelli raccontati, che le è rimasto nel cuore?
«Sicuramente il pugile Muhammad Ali. Inizialmente non lo volevo raccontare, era troppo. Pensavo di non poter trasmettere la potenza di un uomo che è diventato simbolo e invece poi mi ci sono messo. Mi sono preparato molto. Ora ho saputo che Sky, anche in altri Paesi, manderà in onda i miei racconti con i sottotitoli. Questa cosa mi lusinga. Lo sport parla una lingua incredibile di una potenza impressionante». —
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