La Nuova Ferrara

IL NUOVO ALBUM 

Zucchero “D.O.C” tra sacro e profano L’artista emiliano in cerca delle radici

Piero Negri
Zucchero “D.O.C” tra sacro e profano L’artista emiliano in cerca delle radici

Il disco prodotto da Don Was, nato tra l’Italia e gli States «Qui lascio perdere i doppi sensi. Non sono tempi goliardici»

4 MINUTI DI LETTURA







Zucchero (Adelmo Fornaciari, 64 anni) si è reso conto solo dopo aver finito il nuovo album – D.O.C. – che in tutte le canzoni, o quasi, c’è un riferimento al divino. «Si parla di spirito, o di luce, oppure c’è una scia, la frase “Sai che ti sto cercando”… Non c’era un’intenzione precisa, d’altra parte questo andare dal profano al sacro è una mia caratteristica. Ma ora molto più che in passato. Non vorrei che, con l’età che avanza, ci fosse un inizio di redenzione!».

PASSATO E PRESENTE

E parte con la sua caratteristica risata, che lo conduce direttamente a un aneddoto familiare: «Mio padre, da buon reggiano della Bassa, ogni volta che il prete veniva a benedire se ne andava di casa. Fino a quando non l’ha colpito la malattia degenerativa che in nove anni ce l’ha portato via. All’ottavo anno, sorprendendo tutti, quando è arrivato il prete, è rimasto. Qualcuno addirittura l’ha visto farsi il segno della croce con le lacrime agli occhi. Forse, da ateo incallito, sono anch’io su quella strada». Che poi così incallito, questo ateo non pare proprio: «Da piccolo andavo nella chiesa davanti casa a suonare l’organo. In cambio, facevo il chierichetto. Pochi metri più in là c’era la cooperativa del partito comunista, dove giocavano a carte, bevevano e bestemmiavano. Mi piaceva mio zio, che era marxista-leninista-maoista, però stavo bene anche con il prete, a giocare a pallone con i miei amici. A messa non vado neppure oggi, ma quando sono in giro per il mondo, se c’è una chiesa ci entro sempre. Sto lì cinque minuti, penso alle mie cose. E tutto questo c’è anche nelle mie canzoni: il profano nei pezzi più ritmici, più veloci, con i doppi sensi da bar, goliardici; il sacro, la spiritualità nelle ballate». Diciamo allora che nelle undici nuove canzoni c’è più chiesa che bar: «Ho lasciato un po’ perdere i doppi sensi. Non sono tempi così goliardici».

RAGAZZI IN PIAZZA

Sull’attualità più stretta, dall’emergenza ambientale alle minacce per la senatrice Segre, Zucchero preferisce non parlare. Esprime simpatia per Greta Thunberg («Non so se qualcuno la manovra, ma è positivo che i ragazzi siano tornati a manifestare»), poi cerca di riportare il discorso su temi più generali: «Sono preoccupato, impossibile non esserlo con quello che accade nel mondo. I governi, specialmente in Italia, mi fanno inc… Per fortuna non abbiamo politici carismatici. Se ne avessimo, il disastro sarebbe dietro l’angolo».

SENTIRSI A CASA

Più che dall’attualità oggi Zucchero sembra essere interessato alla memoria. Per la prima volta in una sua canzone (Testa o Croce, scritta con Davide Van De Sfroos) si trova il nome del luogo natale, Roncocesi, 700 anime alla periferia di Reggio Emilia: «Ho sofferto molto quando a 12 anni mi hanno sradicato – commenta –. Mio padre, stanco del lavoro pesante che faceva lì, aprì un negozio di prodotti tipici emiliani a Forte dei Marmi. Da un estremo all’altro. Non mi sono mai integrato. Mi sono sposato, le mie figlie sono nate in Versilia, ma non mi sono mai sentito a casa. Anche adesso che abito a Pontremoli, in campagna, ho una bella famiglia, tanti animali, non mi manca niente, questa sensazione di non essere a casa mia ogni tanto torna». Mai provato a tornare? «Sì, quando mi separai, la prima cosa che feci fu tornare dai miei. Ma mio padre, che è sempre stato un duro, non aveva capito che nel frattempo ero diventato Zucchero. Tornavo alle 4 di mattina e lui alle 6 bussava alla porta della camera: vieni a darmi una mano nei campi. Era fuori dal… No, era nel suo mondo, che non era più il mio». A proposito di mondo, da aprile 2020, dall’Australia, parte il tour di D.O.C., che in un anno e mezzo toccherà tutti i continenti. Se c’è un artista italiano che è cittadino del mondo pop, è certo Zucchero.

LIKE A ROLLING STONE

Infatti l’album è stato ideato a Pontremoli, registrato a San Francisco e Los Angeles con Don Was, super produttore che ha lavorato per Rolling Stones, Bob Dylan, Iggy Pop: «È il quinto che facciamo insieme – dice Zucchero –, stavolta abbiamo chiesto aiuto a giovani produttori abituati a lavorare con l’elettronica. Noi ci occupavamo della musica organica, quella fatta dai musicisti in carne e ossa, loro dell’elettronica, che abbiamo mantenuto solo quando era “calda”, giusta per questo disco». —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google