Prete in Ariostea presenta "Tutto è sempre ora"
Il noto letterato e saggista in biblioteca con la sua nuova raccolta in versi
FERRARA. È il blu che riempie lo sguardo di Antonio Prete, un colore incerto e profondo al contempo, che tiene il lettore stretto alle pagine di Tutto è sempre ora, uscito nella Bianca Einaudi. Il letterato e noto saggista presenterà la sua nuova raccolta in versi con Angelo Andreotti, oggi, alle 17, in biblioteca Ariostea (via delle Scienze, 17). È il blu oltremare il tono dell’infinito, quello a cui abbiamo esercitato tanto gli occhi da non notarlo più sopra le nostre teste. Oltre a rappresentare una fase, ossia il momento finale di una sola giornata piuttosto che di un’esistenza interna, il blu per l’autore è assimilabile a una dimensione imprescindibile, che ricorda quella sacra e sentimentale dell’omonimo periodo di Picasso. Nella prima sezione pare di vederla la Rosa a Breslavia che piega al viola a causa del freddo rigido – «il gelo delle trincee, l’urlo dei feriti» – sbocciata «per un tempo privo di ferocia». Si passa poi dal castello di Otranto conteso dal mare e dal cielo alla luna immemore di Eliot, lontana dalla terra sciagurata degli uomini «che coltivano la guerra». Infine nel Taccuino blu, che si apre su un flash del 1968, Prete dimostra quella compassione da lui stesso teorizzata che grazie all’atto poetico si dedica al destinatario del suo sentire e lo accoglie in quanto vivente: “La ferita ha memoria, e ha sapienza” / pareva che dicesse una voce nel celeste / del mattino domenicale a Harlem».
Il contrappeso a una rassegnata dissolvenza è Il demone della presenza, ossia l’avere di continuo il pensiero rivolto al passato, benché si sia obbligati a camminare verso il futuro; il pensiero rivolto a chi si è stati e non si potrà più essere, ma soprattutto a chi non si potrà mai diventare. Non solo, le liriche di Prete sono popolate dalle espressioni altrui, da ciò che egli ha custodito delle loro voci, scagliandole al di là dei vissuti individuali. D’altronde, il blu simboleggiava una speranza sottile persino nel rifiuto di Paul Celan. L’uso famelico della lingua e la scelta lessicale sempre tesa all’indicibile rendono i suoi versi vividi e precisi, a tratti copiosi a tratti esili, così il ricordo di Tabucchi si afferma semplicemente con la parola «Nostalgia in lettere blu». La lingua non deve essere limitata a imitare la realtà, rischiando di soccomberle nel giogo dei giorni, ma deve tentare di svelarla nominandola, come il treno che attraversa una galleria con i fari puntati all’orizzonte.
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