Raccolta in versi dialettali firmata da Penoncini
Una lingua viva nata da una morta. È la condizione di ogni dialetto locale, di ogni variante legata a un’ansa o a una valle nei confronti della lingua del sì. In Al paréa uŋ fógh ad paja (puntoacapo), la nuova raccolta in versi di Edoardo Penoncini, il poeta domanda a sé e al lettore cosa significhi non essere più capiti persino dai propri figli quando si ritorna alle espressioni delle origini, quando la voce del tuo mondo interiore “l’at cànta déntar / sémpar più viva intarméntar ch’l’as pèrd”, mentre perdi con lei parte della tua identità.
Come argomenta Zena Roncada nella prefazione, «il dialetto di Penoncini non è lingua per strofette e cantilene, neppure litania consolatoria di ninne nanne», è lingua che semina, che si interroga, che pensa alla Dickinson, che non si arrende a un dialetto come “lingua delle cose”. Della vita tratta con una dolcezza che richiama il Baudelaire de L’invito al viaggio: “Tutto là parlerà / in segreto all’anima / la dolce lingua natale”. Sebbene l’autore inizi dicendoci Cóm l’è bèla la poeśìa, nella seconda sezione, Ill paròll d’la mufa, avanzano l’insofferenza, l’olocausto, i migranti, l’ignavia, il sotteso riferimento alla prostituzione, lo scenario giovanile, lo spreco.
Nella terza, Spatzàr int al tèmp, la voracità del tempo impietoso grava sul borgo natìo e nei battibecchi che rimbalzano tra le mura cittadine. Poi la chiusa per La strada di pensiér, quella che segna la quotidianità delle perdite e porta alla riflessione tra echi achmatoviani e parafrasi catulliane fino al finale sulla nostra nudità. —
M.B.
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