Donne e Futurismo Adrì, la pittrice ossessionata dagli autoritratti
Il museo del Novecento dedica una mostra a Adriana Fabbri “L’intelligenza non ha sesso” è frutto di due anni di lavoro
Nelle mitologie l’Intelligenza è una dea splendente, sia essa chiamata Ogma (Irlanda celtica) o Seshat (antico Egitto), Atena (per i Greci) oppure Serasvati e Lakshmi (India). Ci sono poi la nordica Snotra, la persiana Anahita, le romane Egeria e Minerva, donne divine in varie forme che sparsero nei secoli ideali di saggezza e una visione acculturata della vita. A proposito di stimoli artistici legati al concetto della potenza mentale e alla creatività derivante dall’intelligenza, Ferrara e le sue donne speciali colpiscono ancora, così che da un paio di giorni, fino all’8 marzo, al museo del Novecento di Milano, è visitabile l’esposizione “L’intelligenza non ha sesso. Adriana Bisi Fabbri e la rete delle arti (1900-1918)”, a cura di Giovanna Ginex e Danka Giacon, nata dal riordino del Fondo Bisi Crotti, custodito appunto da quella istituzione, e durato ben due anni.
il personaggio
Adriana Fabbri era proprio di Ferrara, nata nel 1881. La si ricorda innanzitutto, ed è limitativo, per il fatto che il suo talento originalissimo di pittrice venne influenzato dalla parentela con Umberto Boccioni, uno dei più deflagranti artisti del primo Novecento. Erano cugini, la famiglia di lui originava da Morciano di Romagna, anche se il lavoro del padre la conduceva in luoghi diversi, sicché Umberto nacque a Reggio Calabria. Ma i Boccioni si spostarono poi al Nord, e Adriana li raggiungeva spesso, specie quando si trovavano a Padova. Saldi gli intrecci che Adriana strinse con personalità di levatura incontrastata, come Fattori e Previati, e giovani emergenti, rivoluzionari o meno, l’elenco è lungo. Il giornalista e traduttore Giannetto Bisi divenne suo marito. Adriana era un’anima inquieta, una sperimentatrice, lasciava di stucco chi osservava le sue opere, spesso dure e bizzarre. Piacque a soggetti stravaganti come lei, come la principessa Mananà Pignatelli, che ritrasse in un quadro famoso. Vale la pena riportare in breve un articolo dedicato all’artista uscito sul Corriere Padano diretto da Nello Quilici il 2 agosto 1929 firmato da Agar, nom de plume di un’altra donna speciale, Virginia Tango, maritata con il pittore Piatti.
È l’unico pezzo di questa autrice per il quotidiano ferrarese. Agar (come la biblica schiava di Sara e madre di Ismaele, scelta che rispecchia la sua infelice condizione famigliare) ha a sua volta un profilo da romanzo. Fiorentina, viene definita dagli studiosi come scrittrice, giornalista, traduttrice, impegnata in politica, femminista, un curriculum variegatissimo, di enorme prestigio, costellato di rapporti con i maggiori intellettuali del suo tempo.
genio e sregolatezza
Quando Agar ne scrive, nel 1929, Adriana, che si firmava Adrì, è morta da più di 10 anni, nel 1918. Boccioni era mancato due anni prima, Giannetto periva a Verona in un incidente aereo rimasto negli annali, nel 1919. Ma Agar, che non ha conosciuta personalmente Adrì, resta colpita da questa pittrice così singolare, talvolta irriverente, audace, non di rado tanto ironica da sfiorare il grottesco, insolente nella sua satira dipinta che sconfina con l’umorismo, «cosa, per una donna, rarissima», scrive.
Adrì sperimentò tecniche nuove, usando i colori con le dita, e il pennello come una lama. Agar propone per lei il termine di genio. E quindi sregolatezza? Certo Adriana era magrissima, fragile, facile alle esaltazioni, al limite della nevrosi. Se ne occupa un saggio di Mario Finazzi pubblicato in un libro scritto a più mani, Mental Illness in Symbolism (a cura di R. Neginsky, Cambridge Scholar Publishing, 2017). Adrì dipingeva più spesso del consueto il proprio autoritratto, era quasi una ossessione, ma si vedeva in forme diverse e contrastanti, come donna emancipata che si veste anche da uomo, o in autocaricatura pesante, donna fatale tuttavia e, in memoria di Ferrara, di profilo alla Leonello d’Este con tanto di pettinatura maschile rinascimentale.
lo stress
In questi spasmi sono stati proposti allacci con la fotografia psichiatrica, che serviva per studiare le espressioni del disagio mentale: una tesi forse azzardata nel caso di Adriana, che sublimava paure e ambiguità in arte, e soffriva dello stress impostole da una vita trascorsa in realtà urbane sovraffollate; per sfuggirne i ritmi finì i suoi giorni a Travedona, sul Lago di Monate. Non pazzia, quindi, ma logoramento, insoddisfazione e volontà di emergere frustrata. Il poco tempo concessole dalla sorte non le avrebbe permesso di ristabilire l’equilibrio e l’autocontrollo, che forse avrebbe però diminuito la spontaneità della sua arte ed i messaggi ad essa sottesi. Come contributo alla mostra di Milano, dalle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara saranno esposte un Autoritratto di Adriana del 1911 e, a cornice, La nuova Loggia Pia in Vaticano di Alessandro Mantovani (1867) e Mia moglie di Roberto Melli, scultura del 1913. —
Micaela Torboli
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