“L’ammazzafavole” Quando la violenza uccide l’adolescenza
La storia di una ragazzina abusata dal cugino tra le mura domestiche Ossi e Caricchio raccontano «quello che nessuno vuole sentire»
la storia
Lucilla, dodici anni e un’innocenza rubata troppo in fretta. Il coraggio di una giovane donna che trova la forza di opporsi ad anni di dolore e ipocrisia, portando con sé un unico desiderio: svegliarsi senza paura. Abusi, rabbia e indifferenza. La storia è raccontata da Nunzia Caricchio e dalla copparese Sara Ossi ne “L’ammazzafavole” (Alcheringa Edizioni). Il libro verrà presentato giovedì alle 18 all’Hotel Torre della Vittoria, in via Porta Reno 17 a Ferrara; dialoga con l’autrice Ossi l’avvocato Davide Bertasi.
Lucilla è stata abusata nella sua casa, da uno di famiglia. Quello che dovrebbe essere il suo nido si trasforma in una sorta di trappola insonorizzata, tanto che nessuno sembra sentire le sue grida d’aiuto. Come si fa a svegliarsi ogni giorno senza paura?
«Lucilla scappa senza dire niente a nessuno, senza confidarsi mai, ma fuggire dai problemi, non significa risolverli. Svegliarsi senza paura vuol dire ricominciare a vivere; scavare nelle più intime profondità e ritrovare, innanzitutto, il rispetto e la fiducia in se stesse, che è proprio ciò che in primis viene tolto in caso di violenza. La forza e il coraggio di ritrovarsi devono necessariamente partire da dentro. Il “come” farlo è senz’altro la parte più difficile, ma credo che in questi casi il primo passo verso quella direzione sia parlare: con un amico, con un consulente, uno psicologo, un’assistente sociale, un centro di aiuto, fino ai casi più estremi, con un avvocato, un medico, un comando di polizia. Il silenzio, in questi casi, è il nemico principale».
Per la giornata del 25 novembre l’Istat ha divulgato una serie di statistiche: quasi 1 persona su 4 (23,9%) ritiene infatti che un modo di vestire succinto possa provocare una violenza sessuale. Che responsabilità abbiamo noi genitori nei confronti dei nostri figli?
«Purtroppo e per fortuna, enorme. Purtroppo, perché a volte in maniera del tutto inconsapevole e in buona fede commettiamo errori irrecuperabili e senza rimedio, che non fanno che generare adulti deboli, annoiati e arroganti. Per fortuna, perché ciò che di buono trasmettiamo viene assorbito e custodito gelosamente, e se ci accorgiamo dei nostri errori, forse siamo ancora in tempo per riparare».
Lucilla, alla fine, si laurea, diventa donna, ritrova suo padre e la sua famiglia. Crede ancora nella giustizia?
«Devo credere, non posso fare diversamente. Ognuno di noi deve continuare a credere nella giustizia e nelle istituzioni. Non credere significa indebolirle ancora di più. Personalmente, credo anche in una Giustizia Divina che prima o poi presenta il conto a tutti, nessuno escluso». —
Annarita Bova
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