Nel Pinocchio di Garrone l’amore che lega padre e figlio
Il regista: ho voluto discostarmi dal mio cinema per comunicare leggerezza Paesaggi di grano e masserie: e per gli attori ho cercato facce italiane
Nel mondo di Matteo Garrone il burattino Pinocchio torna ad essere, fino al miracolo finale, un bambino di legno, con il viso e il corpo segnati da profonde venature che gli regalano, a dispetto delle tante, infantili, marachelle, un’aria antica e vagamente sofferente: «Avevo 6 anni - spiega l’autore - quando ho iniziato a disegnare Pinocchio per la prima volta, era difficile resistere alla tentazione di portarlo al cinema. Nella fiaba il naturale si mescola con il soprannaturale, il grande sforzo, facendone un film, è stato far riscoprire un classico popolare, rendendolo in qualche modo nuovo, anche se appartiene a tutti noi».
Bambino diverso, amante dell’avventura, l’eroe di Collodi (Federico Ielapi) si muove tra adulti spesso arrabbiati, alle prese con la più nera miseria, autoritari come il Maestro di scuola (Enzo Vetrano) e come il direttore del circo (Massimiliano Gallo), ma anche comprensivi come l’Oste (Gigio Morra) che offre una ciotola di zuppa al povero, affamato Geppetto, e malinconici come il Mangiafuoco di Gigi Proietti: «È un uomo solo - osserva l’attore - che vive con pupazzi di legno, ci ho messo quello che ho potuto. Matteo lo ha immaginato un po’ russo, una specie di Rasputin. È un personaggio fatto di contrasti, rimpiango solo di averlo interpretato per poco tempo».
Negli animali antropomorfi, la cifra garroniana si impone con un fascino arcano, che ricorda Il racconto dei racconti: «I personaggi del libro sono così, un po’ uomini e un po’ animali, dovevamo capire come riuscire a renderli».
Il paesaggio di grano e masserie, di boschi e di colline, completa il quadro di una favola profondamente italiana «per cui ho voluto facce italiane che l’hanno resa commovente e divertente. Anche i luoghi sono stati importanti, servivano per raccontare l’anima dei personaggi».
L’universo contadino di Geppetto, la casa misteriosa dove abita la Fatina (Alida Baldari Calabria), prima bimba giudiziosa, poi quasi mamma (Marine Vatch), sempre pronta a perdonare il burattino incorreggibile, infine il mare minaccioso dove nuota il pescecane che inghiottisce prima il padre e poi il figlio, compongono un affresco denso di citazioni pittoriche: «Figurativamente sono partito dalle origini, cioè da Enrico Mazzanti, il primo disegnatore che lavorò con Collodi, ma ci sono anche riferimenti ai Macchiaioli e alla semplicità cromatica del Pinocchio di Comencini».
Su tutto prevale il senso intimo dell’opera: «È una favola che lavora sugli archetipi e che, dentro di me, nel corso del tempo, ha mutato significato. Oggi sono padre e mi sento più vicino a Geppetto, anche se ho ancora dentro qualcosa di Pinocchio». L’obiettivo più importante era «raccontare la grande storia d’amore tra un padre e un figlio e il modo in cui quest’ultimo, attraverso sbagli, si redime e capisce l’importanza dell’amore»..
Per questo, presentando Pinocchio (in sala dal 19 ), Garrone precisa quanto l’opera si discosti dal suo percorso d’autore: «Il mio cinema è associato a immagini dure e violente, stavolta, invece, ho voluto fare un film che comunichi leggerezza, ironia, comicità». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
