Musica, yoga e India. «Le canzoni di Terra le sento migliori di me»
Brondi porta in libreria “La gloriosa autostrada dei ripensamenti”. Il cantautore: sostenere la cultura ferrarese ma in dialogo col mondo
FERRARA. Qualche giorno fa Vasco Brondi ha condiviso su Instagram un ricordo datato 16 dicembre 2018: era la foto dei saluti finali scattata dal palco del Teatro Comunale Abbado di Ferrara al termine del concerto. Una serata magica con gente in piedi e applausi arrivati dritti dal cuore. Un anno dopo Le luci della centrale elettrica non ci sono più e allo stesso tempo ci sono ancora, nelle canzoni, nei dischi, nei libri. La fine del viaggio tra la via Emilia e la Via Lattea è stata sancita da un tour, da una raccolta e da un libro edito da La nave di Teseo. Per la stessa casa editrice è da poco uscito Terra. Diario di lavorazione o la gloriosa autostrada dei ripensamenti. In origine il volume era allegato alla prima stampa del cd e del vinile, ora è venduto singolarmente con una nuova prefazione di Brondi.
Vasco, che effetto le ha fatto riprendere in mano “La gloriosa autostrada dei ripensamenti”?
«Ho scritto una prefazione al libro guardando dal futuro quel disco e a quel diario di lavorazione. Ci ho ritrovato dentro le illusioni e le disillusioni, tutto quello che credevo di consegnare a un disco. Come potesse farsi strada per me, farsi amare da parte mia, raggiungere quello che non ho e fare pace con quello che ho. Inconsciamente pensi che un disco possa liberarti di quello che ci canti dentro e in effetti succede qualcosa del genere».
Ha sempre tenuto un diario o con “Terra” è stata la prima volta?
«In pratica scrivo sempre, da quando ho imparato a scrivere; in alcuni periodi più sistematicamente in altri solo poche frasi ma mi lascio sempre dietro questa scia di parole. Dopo qualche anno che questo è diventato anche il mio lavoro mi sono accorto che la scrittura stava smettendo di essere un atto intimo e che tutto quello che scrivevo veniva letto e questo creava meno intimità con la scrittura così mi sono deciso di tenere una sorta di diario incostante solo per me per potere essere libero e aperto. In questo caso ho fatto il classico strappo alla regola e questo diario che doveva essere solo per me è stato condiviso».
Sono passati quasi tre anni dall’uscita di quel disco, l’ultimo come Le luci. Se lo sente ancora addosso?
«Stranamente sì, sento ancora le canzoni vicine ma sono anche altro da me, le sento migliori di me».
Nel corso degli anni ha sviluppato un interesse sempre crescente per lo yoga, come è nata questa passione e cosa significa per lei?
«Sì praticamente faccio musica part-time e yoga full-time. È un percorso parallelo di studi, di pratiche a cui sono arrivato passando attraverso il canto e i workshop di teatro e da lì allo yoga che insieme alla meditazione vipassana sono le pratiche che più di tutte mi riportano a casa, nel corpo e nel presente. A forza di studi, ritiri e seminari sono diventato insegnante sia di yoga che di mindfulness. Nel mio studio di registrazione a Ferrara ho anche allestito una sala in più per praticare yoga e meditazione e un paio di volte a settimana ci troviamo per condividere queste pratiche. Sono esperienze, difficile tradurle velocemente in parole. Di recente è uscito per Einaudi un libro di una delle più grandi poetesse italiane Chandra Candiani che è anche insegnante di meditazione e ha trovato splendide parole per parlarne, si intitola Il silenzio è cosa viva».
Anche l’India è entrata a far parte di lei. Cosa l’affascina di quella terra?
«È un posto che amo e ho amato da subito, in tutte le sue scomodità, il suo delirio e la sua gentilezza incredibile. Nonostante sia in un’inarrestabile crescita economica sembrano avere ancora tanti antidoti al materialismo che da noi è l’unico vero Dio. Ci sono stato una ventina di giorni il mese scorso e quando ero su quelle brandine improvvisate dormivo benissimo poi sono tornato nella comodità del mio letto di Ferrara e sono diventato insonne, uno dei tanti misteri dell’India…».
Com’è stato questo primo anno da Vasco Brondi senza Le luci?
«Non ci ho pensato, ero sempre io anche con un nome corale. Quest’anno mi sono dedicato ad altro. Sono stato un po’ in viaggio, un po’ a Milano e un po’ a Ferrara due città che si stanno sempre più allontanando. Una sempre più internazionale, piena di talenti che arrivano da tutto il mondo e l’altra in una fase di chiusura e di provincializzazione che rischia di isolarla».
Per esempio?
«Per esempio sono perplesso davanti all’idea che viene espressa da questa giunta di puntare solo sulla cultura ferrarese; mi sembra davvero da stereotipo della destra anche tenendo conto che ci sono già state negli ultimi anni mostre meravigliose su Antonioni, Boldini, sugli anni ferraresi di De Chirico, sicuramente va sostenuta la cultura ferrarese ma in dialogo con il mondo... Poi parallelamente a questo “tradizionalismo” leggo che si punta a fare diventare Ferrara la capitale dell’Halloween italiano e viene dato il Castello Estense per feste trash del genere o addirittura ne lasciano imbrattare una facciata dalla proiezione di uno sponsor di assicurazioni che non fa onore neanche allo sponsor stesso. Non mi sembra un buon segno ma spero di sbagliarmi, questo comunque potrebbe essere il minore dei danni».
Sta lavorando a nuovi progetti?
«Il cantiere è sempre aperto». —
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