La Nuova Ferrara

Morandi: “Ho iniziato a 13 anni e ogni tanto ancora me lo chiedo: quanto andrò avanti?”

Franco Giubilei
Morandi: “Ho iniziato a 13 anni e ogni tanto ancora me lo chiedo: quanto andrò avanti?”

Il cantante grande protagonista nella sua Bologna sul palco del Duse Alle 16 date inizialmente programmate ha dovuto aggiungerne altre 

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L’INTERVISTA



Come se si chiudesse un cerchio che il suo pubblico vorrebbe si prolungasse all’infinito: sul palco del “Duse” di Bologna Gianni Morandi esordiva a teatro nel 1964 e su questo stesso palco è tornato a cantare un mese fa per una sorta di neverending show, se è vero che alle 16 date inizialmente in cartellone continua ad aggiungerne di nuove, a grande richiesta di tifosi e tifose. L’eterno ragazzo della musica italiana ha appena compiuto 75 anni e li sta festeggiando con una scaletta che ripercorre i successi di una vita.

E allora riflette ad alta voce: «Ormai ho più di sessant’anni di carriera, ho cominciato che avevo 13 anni… Uno ci pensa: ma quanto posso andare avanti ancora? Per ora mi diverto, aggiungiamo date su date e la gente continua a venire a teatro, ma durante il concerto, quando a un certo punto faccio un acuto alla Al Bano, lo dico sempre al pubblico, scherzando: “stasera ce l’ho fatta, non so se ci riesco di nuovo”».

Ricorda l’emozione che provò allora?

«Era il 1964 ed era la prima volta che cantavo in un teatro della mia città: mi tremavano le gambe. Mio padre si era trasferito da Monghidoro a Bologna dove aveva aperto una bottega di ciabattino: non venne a vedermi, vennero mia madre e mia sorella. Mi diceva che il cantante non era un vero mestiere ed era in bilico fra farmi lavorare con lui o farmi cantare. Io avevo fatto i miei primissimi dischi, ma continuavo a lavoricchiare in bottega: un giorno passarono due ragazzine e mi riconobbero, “ma lui è Gianni Morandi!”. Mio padre si stupì moltissimo».

Era già famoso?

«Non avevo ancora fatto In ginocchio da te, ma erano già usciti Andavo a 100 all’ora e Go-kart twist, di Morricone. E pensare che Andavo a 100 all’ora l’aveva scritta un emigrante italiano in Belgio che l’aveva registrata su un nastrino Geloso e spedita all’Rca. Io all’epoca avevo 16-17 anni, e nelle case discografiche non c’era l’abitudine di scritturare ragazzi così giovani, anche se poi Rita Pavone fece La partita di pallone ed esplose».

Quale canzone ha segnato la svolta?

«Fatti mandare dalla mamma colpì molto di più, poi In ginocchio da te vendette milioni di dischi. Mi ha fatto effetto averla ritrovata ora in Parasite (il magnifico e durissimo film del coreano Bong Joon-Ho, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, ndr): il regista ha raccontato che ama molto le canzoni italiane e che l’ha scelta per quella scena per realizzare un contrasto assoluto».

Ho letto nella sua biografia che a un certo punto stava per fare il pugile, come andò?

«Il mio manager dei primissimi tempi, Paolo Lionetti, che mi aveva scoperto in un caffè concerto a Bellaria, era anche un arbitro internazionale di pugilato: fu lui a propormelo, allora ho fatto un paio di allenamenti, ho preso due pugni sul naso e gli ho detto che preferivo cantare... Un giovedì di fine anno del 1961 mi portò alla Rca. In realtà non è che avessi questa gran passione per il canto, canticchiavo e prendevo due soldini: a Monghidoro (il paese di nascita, ndr) dormivamo in quattro in una stanza e facevamo sacrifici. Mio padre mi permetteva di prendere lezioni da una maestra di musica, ma continuava a volere che andassi a bottega da lui».

Allora i giovani cantanti si facevano le ossa nei festival, oggi per gli esordienti ci sono i talent, che opinione ne ha?

«I talent ti danno subito una gran luce, poi bisogna vedere se ce le fai dopo sei mesi. I partecipanti assaporano questo momento di successo e poi magari c’è il buio. Un tempo invece era più graduale, un artista veniva accompagnato: anche a Lucio Dalla hanno offerto tante occasioni, mentre oggi se sbagli un colpo è difficile ti diano un’altra chance, la concorrenza è molto più spietata, anche perché hai tutto il mondo musicale in un telefonino. Una volta anche David Bowie e Stevie Wonder venivano in Italia per farsi conoscere, e cantavano in italiano».

Che emozione le dà oggi il palcoscenico?

«Sempre grande, è quel brivido che ti prende ogni sera due minuti prima di salire sul palco, è quel “chi sa come andrà stasera”. Ma se diventa routine non è più divertente, io odio la routine, per questo motivo ogni volta mi piace cambiare qualcosa dello spettacolo, per migliorarlo».

Tornando al passato, nel 1970 a Torino venne contestato.

«Erano anni di proteste giovanili e io rappresentavo qualcosa che doveva essere cancellato perché ero improvvisamente vecchio. La grande contestazione poi ci fu coi Led Zeppelin, quando vollero mettere insieme cantanti italiani con la band inglese, cosa assurda. Era una questione musicale e di costume, molti di noi passarono momenti delicati in quegli anni. Per me è stato un periodo di grande crisi, di passaggio fra due vite: una negli Anni 60, quando era tutto facile, e una successiva in cui penso di aver fatto cose molto interessanti».

La rivedremo in tv?

«Non ho una gran voglia di tornare in tv, a parte la terza serie dell’Isola di Pietro in cui faccio il medico. Mi diverto molto di più a cantare davanti a un pubblico vero a teatro, c’è una verità maggiore. E poi, a meno che non trovi un’idea televisiva veramente diversa, rischi di ripetere le cose che hai già fatto o magari, apparendo in certi programmi dove ti invitano, di diventare patetico. La scena per noi è talmente una droga che a volta si rischia proprio questo, essere patetici. Allora fai uno spettacolo, metti il biglietto e la gente viene a vederti a teatro». —



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