Zalone: «Tra i migranti senza apparire cinico ma nemmeno come un moralista ruffiano»
Il nuovo film ”Tolo Tolo”, scritto con Paolo Virzì, aprirà il 2020. Prima opera da regista: dietro alla cinepresa una fatica immensa
L’intervista
Fulvia Caprara
Testa vuota e abiti griffati, realtà meschine e sogni di grandezza, canzoni strampalate e colpi di sfortuna. Con Tolo Tolo di cui è regista oltre che sceneggiatore (insieme a Paolo Virzì) Checco Zalone torna alla riscossa mettendo il dito nella piaga del momento, giocando tra stereotipi e guizzi geniali, adattando il proverbiale qualunquismo di provincia ai nuovi dilemmi dell’italiano medio alle prese con il tema immigrazione.
Pronto per invadere (con Medusa) oltre 1250 sale, preceduto dalle polemiche legate al video della canzone Immigrato (di cui nel film non si vede nemmeno un’immagine), Tolo Tolo si apre nella natia Puglia e poi viaggia fino in Africa, descrivendo l’odissea al rovescio dell’incorreggibile Checco che, inseguito da debiti, tasse, parenti inferociti, spera di trovare pace nel cuore dell’inferno quotidiano, tra villaggi distrutti dai fondamentalisti dell’Isis e traversate di mari e deserti per raggiungere l’Europa. Al suo fianco, il coltissimo Oumar (Souleymane Sylla), l’avvenente Idjaba (Manda Tourè) e il piccolo «Dodou» («come il cane di Berlusconi», commenta Checco appena lo conosce). Un terzetto che gli riserva molte sorprese, di certo meno temibile dei parenti lasciati in patria, dalla madre Lella (Antonella Attili) allo zio Nicola (Nicola di Bari).
Come è nato «Tolo Tolo»?
«Da tempo Paolo Virzì lavorava a questo soggetto, ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a rivederlo insieme, a poco a poco, mi sono reso conto che glielo stavo rubando, che il film stava diventando più mio che suo, così ho deciso di dirigerlo» .
Per la prima volta fa a meno della regia di Gennaro Nunziante, come è andata tra voi?
«Siamo amici da sempre e ci vediamo ancora spesso, abbiamo fatto 5 film insieme, poi lui ne ha girato uno per conto suo e adesso io firmo questo, vedremo poi che succederà».
Come è stata l’esperienza della regia?
«Ho capito l’immensa difficoltà della regia , una cosa faticosissima. È successo di tutto, abbiamo girato nel deserto ed è arrivata la pioggia, non succedeva da 20 anni».
Il trailer con la canzone «Immigrato» ha scatenato il putiferio, se lo aspettava?
«Mi aspettavo di destare qualche polemica, ma non pensavo di finire sulle prime pagine dei giornali. Le critiche provengono da un esiguo numero di persone, dopo 3 giorni mi sono stancato di seguirle, però il battage pubblicitario mi ha divertito. È inutile fare gli ipocriti, le sale bisogna riempirle ».
Nei giorni scorsi, dopo aver ascoltato il brano, Salvini ha dichiarato che la vorrebbe senatore a vita. Che ne dice?
«Salvini è espressione della gente, forse saranno le persone a sentirsi chiamate in causa vedendo il film».
L’hanno anche accusata di sessismo, come risponde?
«Sessismo e maschilismo non mi appartengono, potete stroncare il film come volete, ma non ho mai spogliato la protagonista Idjaba, non si vede niente, nè una tetta nè un fondoschiena. Le ho regalato invece un personaggio interessante e risolutivo».
La figura di Gramegna, interpretata da Gianni D’Addario, sintetizza modi,curriculum e abitudini di vari politici di oggi. A chi voleva riferirsi in particolare?
«Mi imbarazza spiegare le cose che metto nei miei film. Posso dire che Gramegna fa la carriera di Di Maio è vestito come Conte e usa il linguaggio di Salvini».
Se potesse scegliere il politico a cui far vedere subito «Tolo Tolo», chi vorrebbe?
«Mattarella, no, anzi, come primo spettatore vorrei il Papa».
Durante un raid sanguinario in un villaggio africano Checco, incurante di bombe e di incendi, continua a pensare alle sue grane. Noi italiani siamo così?
«Quello di Checco è un personaggio metaforico, grottesco, uno abituato a occuparsi sempre e solo dei fatti suoi. Volevo parlare dell’egoismo congenito in ognuno di noi».
I migranti finiti in mare si mettono a cantare come in un musical. Pensa che qualcuno avrà da ridire?
«Cantano una canzone di speranza e, comunque, prima di girare, ho spiegato quella scena ai ragazzi che l’hanno interpretata, e si sono commossi. C’è sempre un doppio rischio, o si appare cinici oppure moralisti e ruffiani».
In alcuni momenti Checco deve combattere con improvvisi rigurgiti fascisti. Da dove viene l’idea?
«Quando siamo travolti dalle difficoltà finiamo per reagire con l’intolleranza. È come con la Candida, viene fuori quando si hanno meno difese».
Pensa che il pubblico saprà cogliere l’ironia del messaggio?
«Rispondo citando “La storia” di De Gregori: “La gente sa benissimo cosa fare, quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare». —
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