La Nuova Ferrara

storie e TRADIZIONI 

Il duca in cerca di fortuna Ercole I d’Este e l’Epifania in compagnia dei sudditi

Micaela Torboli
Il duca in cerca di fortuna Ercole I d’Este e l’Epifania in compagnia dei sudditi

Ferrara, il nobile andava di casa in casa con musici e cantori Per lui la c’erano doni e omaggi. La prima visita fu nel 1473

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Durante la lunga signoria di Ercole I d’Este (duca di Ferrara dal 1471 al 1505), il Natale in Castello veniva solennizzato in modo semplice e tradizionale. Messe, concerti dei famosi cantori di corte, doni sontuosi ai più fedeli sudditi e collaboratori. Lo si deduce dalle memorie di vari cronisti coevi, primo fra tutti Ugo Caleffini, le cui Croniche, due volte edite, coprono il periodo 1471-1494. Ad esempio per il Natale del 1474 il duca regalò quattro pesanti collane d’oro rispettivamente ai nobili Ludovico Fiaschi, Tassone de’ Tassoni e Ludovico Condulmer, nonché ad un suo scudiero, napoletano come la duchessa Eleonora, Angelo Saltarello. Tutti quanti camerieri ducali, non maggiordomi, bensì addetti a regolare le esigenze private del signore, occupandosi anche di alloggiare ospiti importanti preparandone pure il loro soggiorno, mansioni di prestigio.

LA PRIMA VOLTA

Il 5 gennaio 1473 Caleffini registra con sorpresa una nuova idea di Ercole I, mai passata per la testa del suo predecessore Borso: per la «Pifania» passerà la notte andando di casa in casa, cercando «la ventura». Il duca sale quindi sulla «careta da corte» con il suo seguito, accompagnato da cantori e musici. Nevica per tutta la serata. Sorpresi ed onorati dalla visita del duca, i sudditi lo omaggiano con vettovaglie di tutti i tipi. Abbondano capponi e animali da cortile, bovini ed ovini interi, vivi e morti, cacciagione, formaggi, insaccati, confetture, pignoccate (torroni ai pinoli), marzapani, pampapati, frutta, vino trebbiano, candele di cera. Per fortuna fa molto freddo, perché la conservazione di una simile mole di cibi doveva essere complicata. L’anno seguente la cerimonia si replica, sempre per la «Pascha de la Pifania».

I RICCHI DONI

Un tempo, e talora anche oggi in alcune zone d’Italia, si usava dire Pasqua ogni festa religiosa e solenne: Pasqua di Epifania, di Resurrezione o di Natale. Diventa una tradizione, talora il duca è a cavallo e manda a ritirare i doni dai suoi officiali. La festa dura due giorni, la vigilia e poi il 6 gennaio. Il bottino è di volta in volta più consistente, fino a comprendere un cavallo e due cani, anguille, lucci, carpe, branzini, acquavite, barili di olive, pomaranci, vasellame e specialità rare. Nell’Epifania del 1476 vengono regalati al duca, oltre alle merci consuete, anche un castello di zucchero, unghie di tarabuso lavorate (queste parti dell’uccello venivano usate come stuzzicadenti, montate con metalli preziosi), «brazadele» ferraresi, un «diamante de zucharo» ovvero una dolce costruzione di carattere araldico, data la preminenza dell’impresa dell’Anello con il Diamante nel corpo delle immagini predilette da Ercole I. Gli elenchi dei doni riportati da Caleffini giungono al culmine nelle Epifanie del 1477 e del 1478, e prendono molte pagine, con tanto dei nomi dei donatori, e questo è il dato più interessante, che andrebbe approfondito per avere un quadro migliore della società del tempo: vi contribuiscono ad esempio in gruppo «li zudie da i Sabioni», ovvero la comunità ebraica dell’odierna via Mazzini, anche con i tortelletti loro tipici. Negli anni seguenti il fenomeno si ridimensionerà per lasciare posto alla gioia del Carnevale e dell’andare in maschera.

A PARTI INVERTITE

Va sottolineato come le cerimonie estensi fondessero spunto di fede e àlea, il tentare la sorte e le sue possibilità, chiamandosi “venture”, cioè la pratica del gioco d’azzardo per eccellenza, il Lotto, detto al tempo “ventura”, con tanto di biglietti. È noto che la figlia del duca, Isabella d’Este, aveva tra le sue divisa araldiche quella dei “Brevi”, mazzi di biglietti del Lotto simboleggianti il Caso e la Fortuna, lo stesso tema rappresentato nel dipinto di Dosso Dossi (1538) oggi al Getty Museum di Los Angeles, dove il Caso, un giovane nudo, stringe nella mano un mazzetto di biglietti del Lotto. La parte spettacolare della parata ducale rientra nel novero delle tradizioni “teatrali” legate alla Adorazione dei Magi ed al corteo che la precede. A Milano una cerimonia in ricchi costumi è testimoniata già nel 1336, dal convento domenicano fino al Presepe in Sant’Eustorgio. Firenze risponderà con la serie delle analoghe sfilate iniziata l’anno 1390: la Compagnia dei Magi, attiva nel Quattrocento, studiava riti come quello dipinto da Benozzo Gozzoli (1459) in Palazzo Medici Riccardi. A Ferrara i ruoli sono rovesciati rispetto alla tradizione: il duca, “re magio” in pompa magna, si reca di persona a ritirare doni e l’Epifania, l’apparizione, è quella del sovrano ai sudditi. —

Micaela Torboli



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