«Girando in Vaticano ho potuto occuparmi di misteri e di sacro»
Paolo Sorrentino è il regista Premio Oscar per “La grande bellezza” Il cineasta: un film piccolo lo farei con piacere, come in passato
L’intervista
Sulla terrazza romana, affacciata su uno di quei panorami mozzafiato che ormai non possono che evocare il suo film Oscar, Paolo Sorrentino parla dell’ultima creatura giocando a nascondino, dribblando sempre la risposta più scontata: «Il mio è un Vaticano inventato, senza riferimenti alla realtà e né pretese di riprodurla. Quando mi è capitato di fare film con protagonisti reali, li ho chiamati con i loro nomi».
Eppure, proprio come nella realtà, in The New Pope due Papi convivono nello stesso momento storico. Perché?
«Avevo bisogno di raccontare una vicenda che fosse la conseguenza della prima stagione in cui Lenny Belardo entrava in coma. Volevo creare un nuovo Papa, in carica, ma con il dubbio e l’inquietudine di sapere che ce n’è un altro sullo sfondo, pronto a tornare in scena. Una condizione strana, in un mondo misterioso».
C’è anche un Papa transitorio, che muore subito, come Papa Luciani.
«Volevo rappresentare un pontefice che prendesse alla lettera gli ideali di San Francesco d’Assisi, mettendo in crisi gli altri cardinali. Comunque, per quanto mi riguarda, Papa Luciani è morto di cause naturali, non credo alla teoria del complotto e alle dietrologie».
Due serie in Vaticano. Cosa l’attrae di quel mondo?
«È un’esperienza che mi ha consentito di occuparmi del mistico e del sacro, di un universo chiuso, che esclude il femminile, fatto di uomini tra uomini, e, quindi, di dinamiche strane, non convenzionali, frutto di una forzatura».
Il tema del lutto e della morte è molto presente, come mai?
«Conosco il concetto della perdita, forse è quello che conosco meglio, perché, come tanti altri, l’ho sperimentato di persona e quindi penso di poterlo raccontare. Mi interessa descrivere come la perdita delle persone care venga risolta, almeno per chi ha la fortuna di credere, dall’amore per Dio».
In The New Pope si respira l’aria del tempo, comprese le derive integraliste. Perché?
«La serie tiene conto delle paure dei nostri giorni, è stata concepita ai tempi degli attentati in Francia, non sono un cronista ma gli eventi incidono sulle persone. Si affronta l’eventualità dell’affermarsi di un fondamentalismo cattolico e di cosa potrebbe comportare. Il Vaticano non può evitare di occuparsi di tale pericolo, anche se si tratta di un terreno sdrucciolevole. Oggi, in nome della lotta all’intolleranza, si diventa intolleranti».
L’elezione di Bergoglio ha alimentato una sorta di papa-mania con documentari e film come I due Papi di Fernando Meirelles. Da dove nasce tutto questo interesse?
«Bergoglio è una figura popolare, che desta curiosità, capace di entrare in sintonia con la gente, amato e avversato, e poi, finora, non conoscevamo quest’anomalia del dualismo, l’ultima volta si era verificata molto tempo fa».
Come è stato dirigere due attori come Law e Malkovich?
«Non uso la psicologia, agli attori dico sempre le stesse cose, la regia deriva dalla sceneggiatura, che scrivo dettagliatamente, poi li lascio liberi, ma, in genere, gli interpreti quando hanno la libertà, non sanno come usarla. Law e Malkovich sono molto bravi, professionali, pazienti, gentili».
La serie comporta una macchina gigantesca, costumi, scenografie, comparse. È un peso oltre che un aiuto?
«In realtà, mi mette a disagio, anche se è necessario. Mi piacerebbe lavorare con dieci persone in una stanzetta».
Non è il cinema che fa lei.
«In passato sì, lo è stato, e comunque un film piccolo lo farei con piacere, perché no?».
A proposito di inizi, in una sua lettera giovanile a Massimo Troisi, lei diceva che il mondo del cinema le pareva disumano. Si è ricreduto?
«Avevo avuto un’esperienza a Roma come assistente volontario, percepivo il cinema come un luogo duro, complicato, ma venivo da Napoli, ero abituato a vivere a casa mia, sono impressioni dei 20 anni».
Adesso sta preparando un film americano, con Jennifer Lawrence. A che punto è?
«Non posso dire molto, sto scrivendo la sceneggiatura, per la prima volta con una donna, Angelina Burnett, con cui mi trovo benissimo. Il titolo provvisorio è Mob girl, come il libro da cui è tratta la storia, gireremo a New York».
Meglio un film o una serie?
«La lunghezza è un’arma a doppio taglio, difficile da maneggiare - chiude -. Da una parte ti offre la libertà di approfondire, dall’altra ti fa rischiare di dilatare e quindi fare male. È come girare 4-5 film in uno, un’operazione non facile». —
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