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aveva 73 anni 

Addio a Bucci, magico Ligabue in tv Una vita fra teatro, cinema ed eccessi

Addio a Bucci, magico Ligabue in tv Una vita fra teatro, cinema ed eccessi

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«Non mi pento di niente» andava ripetendo Flavio Bucci, che ieri è morto – pare per infarto – nella casa famiglia di Fiumicino che da qualche tempo era diventata il suo rifugio.

Non era un segreto ciò di cui avrebbe dovuto pentirsi questo attore di 73 anni, nato a Torino nel 1947 da padre molisano e madre pugliese, che colpiva per la faccia un po’ asimmetrica, gli occhi sporgenti e la voce eternamente velata da una specie di fatica .

Forse avrebbe dovuto pentirsi delle 50 sigarette al giorno, delle bottiglie di vodka, della cocaina in cui ha bruciato quantità di soldi, così come avrebbe dovuto pentirsi della smania di vivere che lo ha portato ad avere due mogli, tre figli, un numero imprecisabile di donne. Di tutto questo Bucci non riusciva a pentirsi perché, confessò, non si sentiva colpevole verso nessuno. Invece gli dispiaceva trovarsi senza soldi, senza casa, obbligato ad appoggiarsi a un bastone con la testa di cane per una frattura all’anca e tristemente solo, dimenticato da tutti, o quasi.

IL SUCCESSO

Eppure, oltre che attore importante e dotato di un suo specialissimo stile, aveva avuto un enorme successo per lo meno a partire dal 1977, da quando aveva interpretato in tv, nello sceneggiato di Salvatore Nocita, il personaggio di Antonio Ligabue. Era stato straordinario quella volta. Ogni giorno tre ore di trucco ed eccolo trasformato nel pittore della Bassa innamorato delle moto e delle donne e capace di dipingere uomini e bestie come nessuno prima di lui.

PRIMA IL TEATRO

Prima del Ligabue, Bucci aveva lavorato prevalentemente in teatro, si era messo al servizio dello Stabile di Torino. Aveva vent’anni quando prese il treno e da Torino andò a Roma a casa di Gian Maria Volonté, che per prima cosa gli fece prendere la tessera del Pci e poi lo portò a lavorare sul set di “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri, che Bucci chiamava Capoccione «perché aveva grandi idee ma anche un grande testone, e se sbagliavi ti menava».

Poi con Ugo Tognazzi nel film “La proprietà non è più un furto” di Elio Petri, e con Tognazzi fu l’idillio. Andò meno bene con Alberto Sordi nel “Marchese del Grillo” di Monicelli, perché ogni giorno, alla pausa pranzo, Sordi gli mandava a chiedergli se avesse avanzi per i cani. E lui: «Mi sono mangiato anche gli ossi».

GLI ANNI 80

Erano ormai gli Anni 80 e per Bucci fu un continuo alternare il cinema con il teatro. Aveva successo e gli piaceva. Diceva quasi con stupore: «Mi danno due milioni a sera». E li spendeva come sappiamo. Fu un magnifico Mattia Pascal e interpretò “Chi ha paura di Virginia Woolf?” con la regia di Mattolini, fu chiamato da Missiroli per “I giganti della montagna”: tutti spettacoli in cui metteva un segno fatto di zolfo. Un po’come nei film (di Magni, Archibugi, Sorrentino) che a volte attraversava con un cameo. Ma da ultimo, con la povertà, non furono che silenzio e solitudine. Ed ecco l’imprevisto. Il regista Mattolini che gli propone di portare in teatro uno spettacolo autobiografico. C’è anche il titolo: “E pensare che ero partito così bene”. Bucci dovrà rappresentare se stesso, la sua vita gloriosa e sciupata senza rimorso. Sei pronto? Certo che era pronto. Ma nessuno ha dato il via. —

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