La Nuova Ferrara

Con “Il filo infinito” Rumiz va alla ricerca dei valori perduti

Matteo Bianchi
Con “Il filo infinito” Rumiz va alla ricerca dei valori perduti

Lo scrittore riflette e si confronta con le piaghe della società «L’autoassoluzione distoglie l’attenzione dai mali del Paese»

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Mafia, evasione fiscale, opportunismo, incuria, reality show, banche su banche, servilismo, tasse schiaccianti e burocrazia senza soluzione. Ma la colpa è del migrante, dell’uomo nero sul barcone. Nel suo nuovo romanzo, Il filo infinito (ed. Feltrinelli), Paolo Rumiz riflette sulle piaghe che affliggono la nostra società. Domani, alle 18, lo presenterà a Ferrara.

Rumiz, il viaggio comincia tra le macerie di un terremoto: perché lasciare Norcia, Visso, Amatrice e Camerino in quello stato è blasfemo?

«Volgersi altrove significa rinunciare alla memoria collettiva; significa non tenere conto della nostra matrice appenninica, della storia dei luoghi da cui sono venute le persone che hanno ricostruito il continente quando era in pezzi».

Perché “la lunga dorsale inquieta” esala un’intensa aura spirituale?

«Gli dei del profondo che si manifestano con sismi ed eruzioni là sono vicinissimi a quelli dei cieli. La carica terragna degli uomini degli Appennini si lega a una visione dell’invisibile fortemente operativa. È sbagliato pensare che siccome erano usciti dalle grotte fossero dei mistici. Avevano capito il valore della comunità, avendo respirato la solitudine. L’uomo si potenzia in gruppo».

Mentre l’incontro con la statua intatta di San Benedetto è stato folgorante.

«È stato casuale, in un contesto che niente aveva a che fare con la fede e con il sacro. La sua mano indicava sia le rovine in cui rischiava di cadere l’ideale europeo, o addirittura una distruttiva discordia tra le nazioni, sia quanto il principio benedettino potesse ancora essere valido. In sostanza, un sano pessimismo unito alla speranza che si radica nella percezione profonda del disastro in atto. È ora di rimboccarci le maniche, come fecero loro durante le invasioni barbariche».

Ma chi sono, davvero, i nuovi barbari?

«Quando sono stato sull’isola di Mykonos la trovai assediata da due navi con a bordo circa diecimila passeggeri in un colpo solo. Un greco mi chiese chi fossero allora i barbari, se i poveracci sui gommoni, i turisti che spolpavano i luoghi come locuste o noi, alla fine, che abbiamo abdicato a favore del denaro».

I sedicenti populisti additerebbero i clandestini, utilizzando il meccanismo del capro espiatorio.

«È un modo per assolvere le classi dirigenti dal loro fallimento e dirottare un’energia politica e sociale verso un nemico esterno, un nemico etnico. A chiunque piacerebbe sentire proclamata la propria innocenza demonizzando il prossimo. È un meccanismo tipicamente italiano: siamo l’unico paese in Europa che vanta due giorni della memoria e li usa solo in modo concorrenziale e contrapposto, nonché per farsi chiedere scusa dagli altri ed evitare un esame di coscienza. I lager sono una colpa tedesca, le foibe sono una colpa slava. E dove sono le colpe degli italiani? Nelle parole aggressive di capipopolo come Salvini si nasconde il fascino dell’autoassoluzione, che comporta una caduta di attenzione verso i mali del Paese».

Perché definisce i benedettini dei “giganti in tonaca”?

«Senza piantare reticolati né ostentare muscoli hanno europeizzato e cristianizzato milioni di barbari armati. Tutto ciò è spiegabile soltanto grazie a un’enorme forza interiore, a una luce che li ha sedotti, poiché si sono trovati di fronte a uomini che pregavano e, al contempo, che impugnavano la zappa chini sulla terra. Non si permettevano di delegare le mansioni più pesanti agli stranieri. Hanno accettato l’umiltà del lavoro manuale e l’hanno santificato». —

Matteo Bianchi

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