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Favolacce, dalla parte dei bambini Germano: «Arte contro la paura»

Favolacce, dalla parte dei bambini Germano: «Arte contro la paura»

Applausi per il film dei gemelli D’Innocenzo, ritratto di famiglie suburbane A tratti storia dura, l’infanzia viene scelta come prospettiva di racconto

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In quel luogo che «prima era un nido, anche teneramente limitante, e ora è il nucleo delle insofferenze, della freddezza, dell’ansia», i gemelli D’Innocenzo, classe 1988, nati a Roma, quartiere Tor Bella Monaca, e poi cresciuti sul litorale laziale, tra Lavinio, Nettuno e Anzio, hanno ambientato Favolacce, ritratto di famiglie con villini, deluse dalla crisi, «immerse nel flusso di routine asettiche» che solo la violenza può scuotere.

Duro e potente come il pugno di un pugile arrabbiato, ma anche ambiguo e sognante, come la strofa di una vecchia canzone, il film, ieri in gara alla Berlinale, tra molti applausi e grande interesse della stampa straniera, sceglie l’infanzia come prospettiva di racconto, un’epoca di cui gli autori condividono ricordi «meravigliosi», ma anche senso di lucida inadeguatezza:

«In quella fase non si conoscono le regole del gioco, eppure si ha una percezione della realtà straordinariamente acuta e perspicace, si vedono delle cose tremende e l’unico modo per sopravvivere è dire a se stessi “le vedo così perché sono bambino, quando crescerò avrò le risposte giuste” . Poi cresci, e ti rendi conto che avevi capito già tutto».

Parlando per immagini, tra citazioni cinematografiche e pezzi di vita vissuta, alternandosi nelle risposte, con un’attenzione reciproca e affettuosa, i D’Innocenzo raccontano di aver scritto Favolacce a 19 anni e di aver voluto fare il film adesso perché «stiamo diventando belli vecchi e ora abbiamo gli anni giusti, siamo in perfetto equilibrio tra gli adulti e i bambini della storia, abbiamo la distanza adatta, possiamo entrare in campo per fare gli arbitri».

Con i più piccoli, neo-attori di stupefacente bravura, come Tommaso di Cola, Gulietta Rebeggiani, Justin Korovkin, recitano Elio Germano e Barbara Chichiarelli, i coniugi Placido divisi da silenzi e incomprensioni, Gabriel Montesi nei panni di Amelio, un uomo solo, forse abbandonato nella moglie, che, nel figlio, rivede ogni giorno «lo spauracchio di una donna che se ne è andata», Ileana D’Ambra, la ragazza incinta che, con il corpo appesantito dalla gravidanza, evoca il rapporto tra bambini e sensualità: «Volevamo che, del sesso, nel film, si avvertisse il tanfo. Quando sei piccolo non ne sei attirato, sei come asessuato, poi, improvvisamente, ti senti attratto dalla carne e non sai perché». Dirigere protagonisti giovanissimi ha imposto una cura particolare, ricambiata da molte sorprese: «Ci siamo messi alla loro altezza, abbiamo dialogato in modo aperto, senza mai dar loro il copione e infatti non conoscevano il finale. Quando si lavora con i bambini si avverte una responsabilità catartica. Sapendo come la vicenda sarebbe andata a finire, ci è capitato di voler cambiare la storia, di farne una commedia, per farli essere più contenti».

La scelta di Elio Germano è frutto di un lungo corteggiamento: «Ci è voluto tempo per raggiungerlo, è un attore con cui è difficile entrare in contatto, non si fa trovare facilmente, poi ci siamo incontrati e subito ci siamo riconosciuti come simili».

Quando una giornalista chiede se abbiano paura del Coronavirus «visto che l’Italia è ormai la Wuhan d’Europa», i due rispondono subito di no e Germano aggiunge: «Più che dal virus siamo contagiati dalla paura e comunque l’arte è il nostro antidoto». –

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