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la cerimonia 

La giovane Italia vince al Festival di Berlino Germano e “Favolacce” Orsi d’argento

La giovane Italia vince al Festival di Berlino Germano e “Favolacce” Orsi d’argento

L’oro al regista iraniano di “There is no Evil”. L’attore romano: «Dedico il premio a tutti gli storti, gli sbagliati e a Ligabue»

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Il grido di libertà dell’Iran oppresso dal regime ha squarciato il cielo della settantesima Berlinale chiusa dalla standing ovation per il regista Moahammad Rasolulof, vincitore dell’Orso d’oro con “There is no Evil”, parabola in quattro atti su pena di morte e libero arbitrio: «Nessuna guerra – dichiarano emozionati i produttori – può bloccare le nostre vite, i nostri desideri. I muri eretti dai dittatori non potranno mai fermarci». La squadra italiana intanto festeggia due premi importanti, per l’interpretazione di Elio Germano in «Volevo nascondermi» di Giorgio Diritti e per la sceneggiatura di «Favolacce», firmata dai gemelli D’Innocenzo.

STORIE DI CORAGGIO

Questo film è stato realizzato grazie al coraggio di persone che hanno messo in pericolo le loro vite. Siamo convinti che l’empatia con cui è stato girato il film possa servire a qualcosa, e saremmo contenti se quest’Orso servisse a far sapere al mondo che gli iraniani sono persone dolci e gentili, amanti della pace». Il regista Rasoulof non può varcare i confini dell’Iran, gli è stato ritirato il passaporto due anni fa e gli è stato anche vietato di fare il suo mestiere: «Siamo felici – ha aggiunto Baran Rasoulof –, ma anche molto tristi perché Moahammad non può stare qui questa sera, mentre aveva il diritto di esserci».

L’Orso d’argento della Giuria va a “Never Rarely Sometimes Always” di Eliza Hittman, cronaca palpitante del legame che unisce due cugine alle prese con una gravidanza indesiderata, mentre il coreano Hang Sangsoo vince il premio per la regia di “The woman who ran”, descrizione minimalista di incontri al femminile nella Seul di oggi. La migliore attrice è Paula Beer che, in “Undine” di Christian Petzold, richiamandosi al mito wagneriano delle Ondine, dipinge il ritratto di un’eroina dell’amour fou, sirenetta dei giorni nostri, condannata a vivere solo se amata, sullo sfondo di una città come Berlino che, sulle unioni e separazioni, ha costruito la sua storia. Il miglior documentario è “Irradiés” del cambogiano Rithy Panh, mosaico in fotogrammi che accosta gli orrori causati dalla bomba atomica a quelli dei lager nazisti: «È un film difficile – ha detto il regista riferendosi alle durissime immagini dell’opera –, contro la violenza praticata da uomini su altri uomini. Dedico il premio a quelli che hanno resistito, grazie ai quali possiamo essere qui a testimoniare e raccontare. L’odio non serve a niente, crea solo guerre».

GIOIA ITALIANA

Sul palcoscenico della Berlinale, davanti alla giuria guidata dal presidente Jeremy Irons, il vincitore Elio Germano dedica il riconoscimento a «tutti gli storti, gli sbagliati, i fuori casta» e, naturalmente, a Antonio Ligabue «alla sua grandissima lezione, alla convinzione per cui, nella vita, vale quello che si fa. Lui diceva “un giorno faranno un film su di me” e infatti eccoci qua». In fondo, commenta Germano dopo aver mostrato sul palcoscenico la camicia indossata per l’occasione, con su stampata l’effigie del pittore, «gli artisti, prima di essere riconosciuti, sono tutti così. Persone fragili, che non nascondono la loro umanità, anzi, che la proteggono, per poi farne qualcosa. Gli artisti sono un po’ tutti dei disadattati. Io mi sento in questo modo, e ho avuto la fortuna di poter trasformare tutto questo in un mestiere». La dedica, quindi, «è rivolta a quelli che non fanno finta di essere forti, un atteggiamento che ci rende infelici e che ci fa vivere male nel mondo». Per i fratelli D’Innocenzo il premio è un fuori programma che li emoziona profondamente, si passano il microfono cercando di tenere a freno l’emozione, ogni tanto l’accento romanesco prende il sopravvento e ci scappa pure un intrattenibile «’mortacci tua»: «Non è per niente facile fare questo discorso, abbiamo scritto “Favolacce” a 19 anni e adesso siamo molto più vecchi, la commozione è inevitabile». Nel racconto di violenza rabbiosa, celata dietro le esistenze apparentemente normali di una piccola borghesia oppressa da crisi e sogni infranti, i D’Innocenzo hanno scelto il punto di vista dei più piccoli: «Grazie ai bambini che recitano nel film e che ci hanno permesso di crescere, alla nostra famiglia e a tutti gli amori che contiene, e grazie a mio fratello». —

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