Fratellini d’Italia: D’Innocenzo & C la nouvelle vague tricolore
Dopo la vittoria a Berlino, viaggio tra i protagonisti dell’ultima leva del cinema Giovani autori cresciuti tra scuole, corti e documentari, ma anche autodidatti
La definizione più calzante la danno loro, i fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, premiati per la migliore sceneggiatura alla 70ª Berlinale. Per far capire quello che non vogliono essere usano un’immagine, «registi con la sciarpa».
Se la Nouvelle Vague francese nacque per prendere le distanze dal «cinema di papà», l’ultima leva del cinema italiano, selezionata e premiata ai festival internazionali, potrebbe chiamarsi quella dei «senza sciarpa». Che poi vuol dire giovani autori germogliati da realtà diverse, cresciuti nelle scuole, facendo corti e documentari, ma anche autodidatti, come i D’Innocenzo, che hanno scelto Matteo Garrone come nume tutelare.
ESORDI FULMINANTI
Come Andrea De Sica che, dopo l’esordio fulminante con I figli della notte, ha fatto il grande salto nel mondo delle serie tv, dirigendo Baby per Netflix.
Come Marco Proserpio, ex-regista di videoclip e pubblicità che, due anni fa, con il documentario L’uomo che rubò Bansky, ha partecipato con successo ai maggiori festival del mondo. Come Laura Luchetta che, con Fiore gemello, ha incantato il Toronto Film Festival. Come Michela Occhipinti che un anno fa spiccava il volo dalla Berlinale con Il corpo della sposa - Flesh out.
Come Phaim Bhuyan che, alla prima prova, Bangla, si è guadagnato il paragone con Nanni Moretti di Io sono un autarchico e adesso è in corsa per i David di Donatello. Come Carlo Sironi (anche lui nella cinquina dei David) che, per il suo Sole, è stato avvicinato ai fratelli Dardenne.
Figure ispiratrici
A ispirare questa nuova ondata ci sono Gabriele Mainetti, l’autore di Lo chiamavano Jeeg Robot, Jonas Carpignano, italo-americano cresciuto a New York e poi tornato a vivere a Gioia Tauro, dove ha ambientato A ciambra, ricevendo i complimenti di Scorsese, Alice Rohrwacher, di cui si possono già citare allievi come Danilo Caputo, regista di Semina il vento (in cartellone nella sezione Panorama della Berlinale ) e che, secondo il trionfatore sudcoreano degli Oscar Boon Joon Ho, fa parte dei 20 talenti emergenti «che cambieranno il nostro immaginario nei prossimi 20 anni». E restano accesi i fari di Paolo Sorrentino e Matteo Garrone.
Dopo decenni in cui si imputava al cinema italiano l’incapacità di riprodurre il modello dei tempi d’oro, tra gli ultimi arrivati si avverte un senso di comunanza. Non è un caso che il doppio premio, a Elio Germano e ai due giovani autori, sia arrivato da una giuria di cui faceva parte Luca Marinelli, classe 1984, anche lui portabandiera dell’ultima generazione «made in Italy».
Adesso le attese sono per i secondi film, sempre pericolosi, e per gli ulteriori esordi. Della prima schiera fa parte De Sica che torna dietro la macchina da presa per dirigere Non mi uccidere, tratto dal romanzo horror di Chiara Palazzolo, della seconda Pietro Castellitto, figlio d’arte, laureato in Filosofia, pronto per il debutto da regista con I predatori, ma anche per interpretare Francesco Totti nella serie Sky Un capitano: «Fabio e Damiano - dice dei D’Innocenzo - sono due amici. Ci conosciamo da 3 anni. Abbiamo scritto anche cose insieme, quando nessuno ci filava ci siamo fatti coraggio: sono due talenti speciali». —
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