Raffaello genio divino L’artista e il segreto della bellezza rubato agli antichi
Alle Scuderie del Quirinale esposte oltre duecento opere Si tratta della più grande rassegna a lui mai dedicata
Si comincia a ritroso, dal 1520, data fatidica della morte dell’artista a soli 37 anni e con lui di un sogno di rinascita, per addentrarsi in una delle mostre più belle mai dedicate a Raffaello. Più di duecento opere tra dipinti, disegni, progetti, arazzi, sculture e documenti in un percorso mozzafiato che ci porta dentro all’opera di uno dei geni dell’arte più amati, attraverso le diverse fasi, e ci aiuta a riconsiderarlo secondo prospettive inedite.
la mostra
“Raffaello 1520-1483” dovrebbe aprire oggi al pubblico, per restare visibile fino al 2 giugno, ma l’emergenza coronavirus potrebbe imporre da un momento all’altro lo slittamento. Indizio chiaro dell’impostazione curatoriale, orchestrata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con Francesco P. Di Teodoro e Vincenzo Farinella, è già nella prima sala, dove sono esposti due capolavori come il Ritratto di Baldassarre Castiglione del Louvre e il Ritratto di papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, che arriva dagli Uffizi dopo un mirabile restauro realizzato dall’Opificio delle Pietre Dure. Opere cruciali, che hanno affascinato e influenzato pittori di generazioni e latitudini diverse: la prima, realizzata nel 1513, sintetizza l’amicizia profonda tra i due uomini. Con Baldassarre Castiglione, l’artista scrive la celebre lettera a Leone X che campeggia al centro della sala. Documento rarissimo, anche perché Raffaello, al contrario di Michelangelo e Leonardo, ha lasciato pochissime testimonianze scritte. Siamo nel 1515 e il pontefice ha appena incaricato Raffaello del progetto di ricostruzione grafica dei monumenti antichi di Roma. Mentre la seconda e la terza parte della missiva sono più tecniche (raccontano della storia dell’architettura e delle diverse possibilità di rilievo dei monumenti), nella prima il maestro urbinate esprime il suo pensiero con un’esortazione rimasta celeberrima: «Non debe, adonque, Padre Santissimo, esser tra li ultimi pensieri di vostra santitate, lo haver cura che quello poco che resta di questa antica madre de la gloria e de la grandezza italiana…». Bisogna conservare, dunque, e far rivivere nel presente la grandezza dei classici, renderla eterna e contemporanea. È questo lo spirito che anima la pittura di Raffaello, che guarda alle vette raggiunte dalla classicità con un atteggiamento vitale, felice, di competizione, e che questa mostra vuole mettere in primo piano, quasi un filo rosso tra le diverse opere. Raffaello che guarda alla classicità sin dagli esordi, già visitando Palazzo Ducale a Urbino, sua città natale, poi in Umbria nella bottega del Perugino, primo maestro dopo gli insegnamenti paterni.
MODELLO ANTICO
Spiega Vincenzo Farinella: «L’interesse per l’antico lo contraddistingue sin dalle primissime opere, poi, quando arriva a Roma nel 1508 e diventa il pittore dei Papi, questo rapporto diventa quasi un’ossessione. Raffaello si rende conto che il suo compito è quello di riportare in vita l’antichità classica, di creare opere pari a quelle che venivano descritte nelle fonti, pari ad Apelle e agli altri grandi». E così, se tanto le opere sacre quanto i ritratti sono ispirati al modello antico, la scelta è stata quella di ritrovare, a partire dalle magnifiche opere esposte, i diversi esempi dell’antichità ai quali Raffaello si è ispirato. Sono molti i capolavori: dalla Madonna del Granduca e La Velata degli Uffizi alla grande pala di Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna; alcune non tornano in Italia da secoli come la Madonna Alba della National Gallery di Washington, la Madonna della Rosa dal Prado o la Madonna Tempi dalla Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. Tele accompagnate da rilievi, statue, marmi, che punteggiano, in un dialogo illuminante, tutta la mostra fino ad arrivare alle opere giovanili, alla fine del percorso espositivo, dove è il Sogno del cavaliere a fare da contrappunto. Il paragone con il classico anima dunque l’opera dell’Urbinate lungo tutto il corso della sua vita, una competizione felice, che nasceva innanzitutto da uno studio attentissimo. Raffaello ha analizzato con l’attenzione di un archeologo il patrimonio di opere dell’antichità, ma questa cultura, piuttosto che raggelarlo in una sterile imitazione, lo ha portato alla concezione del suo stile, a una libertà assoluta. Degli antichi Raffaello ama la bellezza armonica, le posture capaci di esprimere un sentimento, secondo l’esempio di Leonardo. Se da Michelangelo, che pure ammira e la cui opera può vedere da vicino, resterà distante, il genio da Vinci invece costituirà un riferimento costante, anche per la capacità sublime di rendere il sentimento attraverso un gesto. Raffaello guardò all’opera di Leonardo come a quella dei diversi maestri ammirati nel corso della sua vita: la assimilò per raggiungere le vette della tanto agognata bellezza. —
Elena Del Drago
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