La Nuova Ferrara

Il vero potere ce l’abbiamo noi E vi confesso come comandiamo

Gabriele De Stefani
Il vero potere ce l’abbiamo noi E vi confesso come comandiamo

Un capo di gabinetto ministeriale svela segreti e retroscena di 40 anni di storia repubblicana Da Pertini a Boschi: aneddoti, debolezze della politica e sotterfugi dei mandarini di Stato 

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Gabriele De Stefani

Non cercate il potere tra quelli che strappano like e volano nei sondaggi: quelli maneggiano solo banale, patetico consenso. Non cercatelo nemmeno dove lo indicano le leggi o la Costituzione: quella è tutta, pur nobile, teoria. Il potere sta nella penombra. Ma ancora: non è la penombra dei «poteri forti» e dei «professoroni» che i complottisti da terza repubblica promettono di denudare, ingenui. Il potere si annida in quella zona grigia tra sapere tecnico e patrimonio di relazioni, tempismo e capacità di temporeggiare, distanza e misura che nessuna università o manuale insegnerà mai.

A esercitarlo, immutabili, sono i capi di gabinetto dei ministeri. Che non passano, a differenza dei politici, poveri sprovveduti, così facili da portare là dove si vuole. Le confessioni di uno di loro, anonimo, raccolte dal giornalista Giuseppe Salvaggiulo de La Stampa (“Io sono il potere: confessioni di un capo di gabinetto”, Feltrinelli, 288 pagine, 18 euro) trascinano in un flusso di aneddoti, simboli, immagini e retroscena. Il messaggio di fondo è che al cittadino arrivano solo i rumori di superficie emessi dalla grande macchina del potere: e la consapevolezza può, a seconda dei gusti, rassicurare (non spaventiamoci se vediamo governanti incapaci: qualcuno sistemerà le cose per loro) o atterrire (l’intoccabilità è micidiale, gattopardesca). Sacerdoti della ragion di Stato, altroché azzeccagarbugli.

Il nostro capo di gabinetto è pieno di aneddoti e sono pochi i big della storia repubblicana degli ultimi 40 anni di cui non ci faccia scoprire un retroscena, uno scivolone, una debolezza: dal presidente Giovanni Leone che non voleva la qualifica di emerito («si usa per gli stronzi») a Maurizio Gasparri che sbrocca perché a un tavolo non c’è la targhetta con il suo nome, fino a Maria Elena Boschi regina incontrastata di Palazzo Chigi, le 288 pagine si riempiono di scene. E si chiudono con un indice dei nomi molto promettente. Il tono non è mai giudicante, l’ironia scorre e non c’è da chiedersi se il nostro capo di gabinetto sia un egoista o un servitore dello Stato: semplicemente dice come stanno le cose, si fa scivolare tutto addosso e si adatta. È un realista totale.

Si comporta, in fondo, come nel Paese fanno tutti, ogni giorno, anche fuori dai palazzi romani. Non a caso le confessioni del capo di gabinetto diventano efficaci anche ricorrendo a citazioni italianissime e di ogni registro: da Flaiano a Oronzo Canà, da Monicelli a improbabili presidenti del Catania Calcio. Il racconto dell’ecosistema del potere non si prende troppo sul serio: il nostro «signor capo di gabinetto» (quanto gli piace essere chiamato così) sa di essere su un’altalena, oggi in cima e domani in basso, temporeggia, gestisce, non si nega ad alcun questuante che chieda un incontro (il primo arriva alle 7.32 del primo giorno di lavoro), perché tutti possono tornare utili. «Il mio non è trasformismo, ma indipendenza».

Lui deve occuparsi di tutto: spiegare al ministro come comportarsi, far passare un emendamento in un decretone, vestirsi da azzeccagarbugli per bloccare un codicillo sgradito, formare lo staff, concedere una raccomandazione. Tutto accade come nei Consigli dei ministri: le decisioni si prendono fuori dall’ufficialità, non nelle sedi preposte ma al caffè (mai su Whatsapp, detestabile perché non conosce i silenzi e i non detti delle conversazioni vere). La prassi batte sempre la teoria.

Il capo di gabinetto prova godimento fisico davanti a immagini e intuizioni che rimandano al Divo di Sorrentino: contempla la perfezione assoluta del potere che si manifesta nell’ordine del giorno di quel Consiglio dei ministri che prevedeva solo varie ed eventuali, perché è lì che c’è spazio di manovra; per profetizzare che dureranno poco gli basta vedere Salvini senza giacca e Renzi affidare l’ufficio legislativo alla «vigilessa fiorentina»; ha in Gianni Letta un idolo assoluto.

Su una cosa il capo di gabinetto non può transigere: nessun cedimento laddove venga messa in dubbio la sua autorevolezza. Chi esercita il potere vero non può permetterselo. E questa, forse, è l’idea più bella che ci lasciano le sue confessioni. —

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