La forza delle donne nella scienza Lavorano, spiegano e... agiscono
La direttora Istat: oggi a loro dobbiamo dire grazie, sono la grande ricchezza del Paese, i nostri angeli
L’8 marzo ai tempi del coronavirus. Non possiamo non pensare con orgoglio alla bellezza delle donne di scienza, medicina e ricerca che si stanno adoperando per debellare il virus e curarci. Le avete viste, tante ricercatrici appassionate all’opera per il bene comune. Come quelle dello Spallanzani e del Sacco, che hanno isolato il virus, precarie come moltissime che di questi tempi accettano qualunque condizione di lavoro, stringono i denti e vanno avanti, e ottengono risultati importanti, decisivi per l’individuazione e la lotta al virus. Donne di cui sappiamo di poterci fidare.
Oltre alle fatiche di studio e carriera hanno dovuto rompere lo stereotipo della scienza solo al maschile. Giovani e meno giovani, senza protagonismi, portano risultati concreti, forti della loro competenza e della loro fermezza. Cedono alla tentazione della visibilità molto meno di alcuni colleghi maschi, non si scontrano su questa o quella misura governativa e responsabilmente lavorano, spiegano, agiscono, inquadrano i problemi, forti delle loro competenze. Danno una lezione a tutti noi di responsabilità e senso civico.
stereotipi e pregiudizi
E con il loro modo di essere mostrano la forza delle donne nella scienza. E sapete perché è importante? Perché sono l’espressione della rottura di pregiudizi e stereotipi che ancora ci attanagliano e condizionano. Per secoli le donne sono state tenute lontane dall’istruzione e dalla scienza. Solo in convento potevano istruirsi. E solo quelle che avevano un padre, marito, fratello scienziato avevano accesso alla cultura scientifica. Ne sa qualcosa Ipazia, la grande matematica che pagò con la vita il suo coraggio, e la stessa Marie Curie.
Così si è creato il terreno di coltura del pregiudizio secondo cui le donne sarebbero più adatte alle materie letterarie e linguistiche che non a quelle scientifiche. Potendo studiare solo quelle, si sono adattate, emergendo là dove potevano.
Ma oggi sono circa 200mila le donne laureate che svolgono attività Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Non sono per nulla poche. E ciò dipende dal fatto che è cresciuto il numero di ragazze che scelgono questi indirizzi. In 15 anni le laureate sono 5 volte di più. Hanno un voto medio di laurea più alto e concludono il corso regolarmente più dei ragazzi. Nei dottorati la loro presenza è sopra la media europea, sono il 48% del totale. Certo, tra i laureati Stem i maschi sono ancora maggioranza. Segno che gli stereotipi sono duri a morire.
Ma la tendenza nelle giovani è chiara e netta. Cresce il numero di donne che scelgono materie ritenute tipicamente maschili, abbattendo le barriere dei pregiudizi, degli stereotipi che spesso limitano la loro libertà.
in prima linea
E non parliamo della medicina. Qui le donne sono ormai maggioranza tra gli studenti e tra i laureati. Maggioranza tra gli infermieri, medici, tecnici, al servizio della cura degli altri.
E sono anche quelle che più pagano il prezzo delle conseguenze dell’emergenza coronavirus. In trincea in ospedale, con i bambini a casa, con i genitori anziani a maggior rischio, devono riorganizzare i modi di vivere di intere famiglie e reggere al tempo stesso turni stressanti. Oggi, 8 marzo, a loro dobbiamo dire grazie. —
* Direttora centrale Istat
(Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autrice e non impegnano l’Istat)
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