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lutto nel cinema 

Addio a Max von Sydow Settimo sigillo e L’esorcista i suoi film più iconici

Fulvia Caprara
Addio a Max von Sydow Settimo sigillo e L’esorcista i suoi film più iconici

L’attore svedese naturalizzato francese aveva 91 anni Una carriera segnata dal rapporto con Ingmar Bergman

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Dall’algido terrore psicologico, suggerito dall’immaginazione bergmaniana, all’horror puro, scoperto e urlato, di uno dei film più spaventosi della storia del cinema mondiale. Dal Settimo sigillo all’Esorcista, Max von Sydow, attore svedese di cinema e di teatro, nato a Lund nel 1929 e poi naturalizzato francese, ha percorso con onore strade interpretative variegate, forte di una maschera naturale, ma anche pronto a sottoporsi alle trasformazioni imposte dai personaggi.

LA SCOMPARSA

L’annuncio della sua scomparsa, diffuso, dalla moglie Catherine Brelet «con infinita tristezza e profondo dolore», fa tornare alla mente la scena iniziale del film di Bergman in cui von Sydow, nei panni del Cavaliere Antonius Block, incontrava la Morte (Bengt Ekerot) che, con il viso bianco e il lungo mantello nero.

L’eredità del rapporto stretto con il genio Bergman ha continuato a segnare la carriera dell’attore, nato in una famiglia della borghesia colta, madre insegnante e padre professore universitario, alunno, tra il 1948 e il 1951, della scuola di recitazione del “Teatro drammatico reale” di Stoccolma, debuttante sul grande schermo in due film di Alf Sjöberg. Dopo il diploma, von Sydow si era esibito in vari teatri stabili, fino ad approdare nel 1955 allo “Stadsteater” di Malmö, allora diretto da Bergman, il regista con cui era sempre tornato a lavorare, anche dopo aver raggiunto le vette del successo hollywoodiano e anche dopo l’interruzione dei rapporti per un litigio: «Pochi registi – aveva dichiarato a proposito del maestro svedese – hanno dimostrato tanta fiducia nei loro attori valorizzando la loro umanità».

L’AMERICA

Nel ’65, sull’onda dei maggiori capolavori bergmaniani, dal Posto delle fragole a Il volto, da Come in uno specchio a Luci d’inverno, von Sydow gira, in America, La più grande storia mai raccontata di George Stevens, in cui interpretava Gesù: «La mia prima – ha poi raccontato – è stata rifiutare. Il mio agente, però, voleva assolutamente portarmi a Hollywood. Così, dopo un anno, alla fine ho accettato. Il Gesù del film mi era apparso più umano del Cristo dell’iconografia classica, l’idea mi attraeva, era un’esperienza totalmente nuova».

L’incontro fondamentale arriva nel ’73, quando William Friedkin gli affida la parte del sacerdote dell’Esorcista: «Max von Sydow – racconta il regista nell’autobiografia Il buio e la luce (Bompiani Overlook) – arrivò dalla Svezia la mattina in cui stavamo preparando le luci. Il nostro costumista gli prese le misure per l’abito talare, il soprabito nero e il cappello richiesti dal personaggio... Era alto un metro e 94, longilineo e dritto come un fuso, ma per il film dovette adottare un’andatura da persona artritica. Non ho mai lavorato con un attore così scrupoloso». Presenza ieratica e imponente, von Sydow ha frequentato il cinema italiano, da Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi al Deserto dei Tartari di Valerio Zurlini, cui era particolarmente affezionato.

Dalla fine degli anni Ottanta ha ripreso a collaborare con registi svedesi come Bille August, che lo ha diretto in Pelle alla conquista del mondo per il quale ha ricevuto nell’89 la nomination all’Oscar. Senza mai fermarsi, von Sydow si è divertito a regalare la sua presenza autorevole a epopee leggendarie come Star Wars (nell’episodio Il ritorno della forza) e Il trono di spade, in cui è stato il Corvo a 3 occhi. Durante il “Bif&st” del 2012 aveva ricevuto il premio Fellini dalle mani di Ettore Scola: «Nella mia carriera – aveva detto – ho avuto la fortuna di lavorare con grandi autori, questo mi ha un po’ viziato. Voglio condividere il premio con i registi italiani con i quali ho lavorato, con Ingmar Bergman, e con mia moglie. Se non ci fossero stati loro, non sarei qui». —

Fulvia Caprara

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